«Io sono la mia s’ignora»

Come dare il benvenuto al nuovo anno se non celebrando colui che per me ha chiuso il precedente? Ho spesso citato C. B. perché l’ho da poco scoperto, riscoperto. Lo sto ammirando molto e ho chiuso nella sua “scoperta” il 2007. Di Carmelo Bene intendo mostrare se non qualche misera parte delle sue apparizioni (escludendo le opere teatrali, impossibili da mostrare in questo luogo) e citarne ampiamente alcune espressioni. Rimando, per importanti sottolineature letterarie e filosofiche, al sito del mio caro Cateno Tempio. Trascrivo alcune parti più dense del Maurizio Costanzo Show che il 27 giugno 1994 ospitò Carmelo Bene per un incontro con il pubblico televisivo e la poco amata carta stampata (vi erano molti giornalisti e critici d’arte tra le prime file, oltre che grandi attori di teatro).

C. B. esordisce significativamente rileggendo il tema dell’incontro, “Uno contro tutti”, come “Nessuno contro tutti”; e avvertendo gli “amici” in sala:

Sono venuto qui a rilassarmi. Chi è in vena di polemica, casca male: può andare.

Uno dei “direttori generali dello spettacolo”, Carmelo Rocca, viene menzionato da Costanzo come possibile bersaglio polemico di Bene, il quale risponde così alla provocazione:

Carmelo Rocca è stato il direttore di questo defunto, fantasmatico, allucinatorio Ministero che sopravvive come l’araba [fenice] alla sua demolizione plebiscitaria: è stato abrogato dagli Italiani. Gli Italiani continuano ancora ad andare, sempre, a votare (votano, votano, votano) ma non si capisce perché votino. Per dare un senso a che cosa?

E Costanzo: “Ma quello è un fatto democratico”. Bene risponde:

E quello è il guaio: non risolveranno mai niente con la democrazia. “Democrazia” nel senso di Hobbes, che la chiamava “demagogia”. Fu il primo a chiamarla col termine giusto. […] L’unica forma di governo che garantisca qualcosa è la democrazia, paradossalmente è la più accettabile (se ne occupa Cioran molto bene). Ma vi domando: che cosa garantisce una democrazia che una dittatura non possa garantire? Certo, garantisce qualcosa: l’invivibilità della vita. Non risolve la vita. Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto. Se la democrazia fosse mai libertà. Ma la democrazia non è niente; è mera demagogia. Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai – questo è il discorso di Deleuze sulla letteratura minore, su Kafka – dalla catena di montaggio; non si sfugge mai. L’oppressione della catena di montaggio si fa sentire anche in famiglia, financo nell’amore, nella rivoluzione e soprattutto nell’entusiasmo: non si sfugge alla macchina. Queste non sono ciance (mi rivolgo alla maggior parte, in sala, di imbecilli). […] Ma non caschiamo nel solito sociale, nel mondano, nei dolori privati, pubblici; parleremo di assistenzialismo, magari… Carmelo Rocca, appunto, è il direttore generale dello spettacolo del Ministero del Turismo mancato, poi soppresso dagli Italiani, smaniosi sempre di dare il loro contributo all’urna elettorale (di pianto). […] Rocca disse una volta davanti a Franco Ruggeri:
-”Ma senti, di Carmelo Bene ce ne sta uno solo, chiaramente; gli altri sono tanti.”
-”Ma sono mediocri.”
-”D’altra parte” dice “di te ce n’è uno solo ma se non ci pensiamo noi (noi Ministero, noi spettacolo del governo), se non ci pensiamo noi, alla mediocrità chi ci pensa?
Vi direi: “Meditate”; ma siccome appartiene alla bagar della polemica del sociale, del mondano, allora: “Non ci pensate più. Dimenticate. Non ho detto niente”.

Nel rispondere a qualche domanda, Bene segue un filo logico spesso estraneo al comunicato stampa cui alcuni giornalisti sono abituati e, per questo motivo, spiega succintamente ma paradossalmente la ragione dell’uso di tale logica, in questo modo:

Io mi occupo (e – purtroppo o per fortuna – si occupano di me) solo dei significanti, i significati li lascio ai significati. […] Noi siamo nel linguaggio e il linguaggio crea dei guasti; anzi è fatto solo di buchi neri, di guasti. “Codesto solo – dice l’Eusebio nazionale, cioè Eugenio Montale, però traducendo pari pari Nietzsche – oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” E questo si può dire. Chi dice d’esserci è coglione due volte: primo perché si ritiene Io, secondo perché è convinto di dire; è coglione una terza volta perché è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian significanti, ma sian significati, e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato: “il significato è un sasso in bocca al significante”. Qualcuno ha da obiettare questa definizione? La obietti con i lacaniani, la obietti con Lacan, la obietti con intelligenza, certamente! Ma per me l’intelligenza è miseria. […] È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull’al di là dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!

Quando interrotto, poi, da giornalisti con “l’essere” in bocca con facilità, si irrita scenicamente (quasi che a parlarne possa essere solo chi lo merita):

Non voglio essere interrotto da chi mi rompe i coglioni con l’essere e con l’esserci, non voglio parlare con l’ontologia; abbasso l’ontologia, me ne strafotto: parli col Professor Heidegger, non con me!

Su un certo “sentimento anti-italiano” che sarebbe “l’ultimo snobismo di massa”, risponde così:

Non mi vergogno d’essere nell’equivoco italiota. Non mi interessano gli Italiani, ecco. Qualunque governo, come qualunque arte, è borghese: tutta l’arte è rappresentazione di Stato, è statale. È uno Stato che si assiste fin troppo. “Se no alla mediocrità chi ci pensa?”. La mediocrità, par excellence, è proprio lo Stato. Lo Stato dovrebbe smetterla di governare: si può dare uno Stato senza governo, mi spiego? […] Me ne infischio del governo, della politica, del teatro soprattutto.
[…] Me ne frego di Carmelo Bene, io. Voi no, ma io sì. […] Lo Stato italiano – nelle figure di Franz De Biase, oppure di Carmelo Rocca, oppure della Presidenza del Consiglio dei Ministri – si è sempre abusivamente, incompatibilmente, eccessivamente occupato (si è stra-occupato) del qui presente-assente, di me. Ne ha proprio abusato; non ne posso più di questa haute surveillance. Lo dico da quand’ero ragazzo. Io ho chiesto sempre allo Stato (nei libri, per iscritto, nelle carte da bollo, fuori delle carte da bollo): “Per favore, voglio essere trascurato”; sono “un poeta” da ragazzo, poi sono andato di là dal poeta, ero “un artista”, poi l’arte l’ho riconosciuta borghese e ho visto che l’arte era Carmelo Rocca (infatti lui è “il Grande Ufficiale delle Arti e delle Lettere”)… Troppa attenzione: con Eduardo [De Filippo] e Dario Fo Stato, alla mediocrità (ero pressoché ventenne) abbiamo cominciato una battaglia invocando la chiusura del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, l’abbiamo rimproverato di non trascurarci abbastanza. Oblio dello Stato, oblio di me. L’artista, soprattutto il genio, vuole essere trascurato. Fa di tutto per trascurar se stesso! Già è sfuggito alle apprensioni di sua madre (che non l’ha lasciato suicidare in una pozzanghera, che l’ha sempre trattenuto e fermato), alla fine viene un ministro – proprio poliziotto – che ti si attacca e non smette più. Dico che la mediocrità dei ministri deve campare, deve sopravvivere anche quella (se no, a quella mediocrità dello Stato, alla mediocrità di Stato, “chi ci pensa?”). Lo Stato si occupa della mediocrità della democrazia (cioè a 65 miolioni di Italiani), 65 miolioni di Italiani (da imbecilli, cioè Italiani) votano questo Stato, che è il loro stato di cose, quello che è stato è Stato e quindi non è stato mai. E i fatti non sono se non nella stampa (nelle sue falsificazioni e omissioni). [Citando Derrida:] “La stampa informa i fatti non sui fatti.” […] Non sono boutade, è vero. Non fingo di interessarmi ai problemi della patria, all’Europa. A fare, come dice Derrida, questa “rimpatriata” (che poi Mitterand deve ancora spiegare a Jacques Derrida cosa vuol dire “essere a casa”, “sentire odore di casa” entrando in Europa). Cos’è l’Europa? Di quale colonizzazione si tratta? Di colonizzare noi stessi? Altri? I popoli? Me ne fotto dei popoli, non mi interessa. Tutto quello che sconfina dal sangue e lo sperma, e sconfina oltre, al di là degli orizzonti adolescenti tramontati… ma mi interessava una volta, adesso nemmen quello. […] Io ignoro. Io sono la mia s’ignora. Sono s’ignorante, sono un Signore. Diceva Flaiano, a scuola “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” diventa “Questa collina mi è sempre piaciuta”! Istruzione “obbligatoria”? Ma che siamo in Siberia? Ma perché bisogna istruirsi? Su che cosa? E poi chi deve istruirmi? Lo Stato? E chi è lo Stato? Ma chi l’ha votato questo Stato? Chi l’ha eletto?
[…] Come dice Deleuze, c’è un potere del teatro che è peggiore del potere dello Stato. […] Non sono dalla parte del potere, non ho poteri. Io sono incoerente come l’aere, più dell’aere.

Poi pensa alla sua ri-scoperta di Nietzsche e afferma, tra le altre cose, che:

Bisogna fare di sè dei capolavori. […] Nietzsche è impazzito, ma se l’è meritato. Qui invece di pazzi ne abbiamo fin troppi che non se lo sono sudato, non se lo sono guadagnato. Questo è il discorso. E sono squallidi, mediocri. Come i nostri governanti, i vostri governanti.

Sollecitato a rispondere da un giornalista tedioso, lo ammonisce provocatoriamente che

in teologia si danno solo domande, non risposte. […] Lei non può parlare di Dio con Dio.

Stesso stile anche in questo passaggio:

Fare un forno, in teatro, vuol dire che non c’è nessuno. Quando facevo gli esauriti (quando ero esaurito io), dicevo: “Stasera è un bel forno!” Perché c’era la gente anche in piedi. Da soli è una ressa (come diceva Alberto Savino, “Due uomini fanno appena, oggi, una rissa” di questi tempi ormai in-drammatici e non più tragici). Io ho tanto disappreso. Non vi auguro di disapprendere tanto. Io applico quella agape schopenhaueriana – cioè quella compassione che non è cristiana, diciamo è più stoica, anzi è più gnostica, ecco – nei confronti della maggior parte di voi, meschini.

Poi, verso la conclusione, gli viene sottoposta da un giornalista una sua frase in merito a Totò Riina e Poggiolini. Bene risponde con amarezza.

In questa acquiescenza, in questo nullismo, in questo bagno di omologazione di Stato – purché si accetti al di là del bene e del male, al di là della coscienza applicata, al di là della demagogia democratica, al di là della democrazia in tutti i sensi deprimente e depressa, al di là di nostalgie imbecilli di tiranni etc. – io trovo davvero che Poggiolini e Riina abbiano un magnete, un carisma (o càrisma che dir si voglia) che non hanno tanti condomini della nazione italiana. L’Italia è un condominio di piattume, di piattole rompicoglioni, insensate e squallide. Insignificanti. Non mi interessa il simbolico come linguaggio artistico, non mi interessa la poesia, il poetico, non mi interessa l’anima bella, non mi interessa nemmeno il quotidiano come linguaggio; mi interessa quale linguaggio? Il secondo: mi interessa il patologico. Riina e Poggiolini sono due sommi casi patologici. E in un’epoca che non produce più niente di umano, essi sono forse i due soli uomini degni della mia attenzione. Patologica attenzione, del mio studio clinico, del mio tributo. Tutto qui.

In un interessante – tra gli altri – passaggio, assimila profondamente e precisamente l’osceno al porno, dicendo che

nell’etimo, os-schené [è] “fuori scena”, il porno come eccesso, l’au-delà del desiderio, nevvero? […] Il porno si instaura alla morte del desiderio. Morto, sacrificato l’Eros, l’aldilà del desiderio, quando tu fai qualcosa aldilà della voglia, la voglia della voglia: questo è il porno. È una svogliatezza. Il più grande pornomane, pornografo, è Franz Kafka, non è Sade. […] Io mi considero nel porno. Il porno è il manque, l’altrove, il quanto non è, il quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia, è quanto non “gli tira” (pur tirando, non tira – è stirato, per sempre).

Tirando le somme della serata, Bene grida che

una volta tanto, in questa trasmissione, si sta parlando davvero di cazzate, finalmente. Era l’ora di riconoscere che si parla sempre di cazzate! Questa sera stiamo dicendo che non stasera son cazzate, ma che sempre si parla soltanto di parole, cioè di cazzate. Senza che si offenda il fallo.

Carmelo Bene va visto per cogliere appieno la sua grandezza, che principalmente è quella del comunicatore. Generalmente vincitore delle masse, nel suo caso come comunicatore è troppo rigido con le masse e troppo stufo di esse per essere da esse acclamato, a stento. A stento ricordato, troppo duro e au-delà egli stesso rispetto alla comunicazione, comunicando l’incomunicabile, tentativo vano e faticoso. “Non più stando dove io mi stavo”, miracolo sulla scena.
Nel suo caso, la sua arte è sulla scena e va capita solo vedendone l’opra, non leggendola soltanto. È così che mi commosse la visione di questo “niente”. Meraviglioso niente.

In rete: CB e la filosofia; Non è morto, Bene di E. Ghezzi; CB, la voce di A. Baricco; vscarmelobene.

Postilla (6 giugno 2008). Su GoogleBooks è disponibile un’anteprima di un volume di Fabrizio Ponzetta proprio su questa puntata del Maurizio Costanzo Show, volume composto principalmente dalla trascrizione che qui ho offerto. Il testo si intitola: Carmelo Bene al Costanzo Show: “Occhio zombie che stasera vi spacco il cervello”.

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