Pan

Incrociando due stupende letture, Saggio su Pan di James Hillman (Adelphi) e Il mondo di Odisseo di Moses I. Finley (Laterza), mi sono immerso per un po’ nella Grecia e nella grecità. Parlerò tuttavia soprattutto del saggio di Hillman, autore citato dal Prof. Alberto Biuso in questo articolo – dove cita anche una mia recensione (lo ringrazio).

Hillman esordisce così:

La nostra cultura mostra due vie alternative di regressione, alle quali è stato dato il nome di ellenismo ed ebraismo; esse rappresentano le alternative psicologiche della molteplicità e dell’unità. (p. 12)

Spiega che non sono queste le uniche alternative per una “rimozione”, un ripensamento dell’Occidente su se stesso; queste sono le più adottate. E indica chiaramente perché una – l’ebraismo – è fuorviante e poco risolutiva per noi:

solo rinforzo per le aride abitudini di una mente monocentrica che cerca di tenere assieme il suo universo con sermoni colpevolizzanti. (p. 14)

Mentre l’altra – l’ellenismo – è la migliore. Spiega così il motivo.

L’ellenismo favorisce il rinnovamento offrendo un più ampio spazio e un’altra specie di benedizione all’intera gamma di immagini, sentimenti e strani principi morali che sono le nostre vere nature psichiche. (ibidem)

Le nostre vere nature psichiche. Meraviglioso: la grecità racchiude le nostre vere nature psichiche – che sono tante, dunque – dense di molteplicità più che di ebraici monoteismi.
Parlando di grecità, parla del mito.

Dietro e dentro tutta la cultura greca – nell’arte, nel pensiero e nell’azione – c’è il suo sfondo mitico policentrico. (…) Questo sfondo mitico era forse meno legato al rituale e agli effettivi culti religiosi che non le mitologie di altre culture superiori. In altre parole, il mito greco serve meno specificamente come una religione e più generalmente come una psicologia, operando nell’anima in pari tempo come lo stimolo e il differenziato contenitore della straordinaria ricchezza psichica dell’antica Grecia. (pp. 14-15)

Per i Greci la tradizione orale dei miti (e ricorro al testo di Finley)

era un’attività della più elevata importanza sociale (e umana), non un’occasionale fantasticheria (…). La materia essenziale della leggenda era costituita da azione, non da idee, formule di idee o rappresentazioni simboliche, ma da avvenimenti, vicende (…). Gli uomini che ascoltavano le narrazioni, in cerimonie rituali, nelle feste o in altre occasioni sociali, vivevano un’esperienza mediata. Credevano implicitamente alla narrazione. “Nell’immaginazione mitica è sempre implicito un atto di fede. Senza la fede nella realtà del suo oggetto, il mito non avrebbe più fondamento.” (Moses I. Finley, Il mondo di Odisseo, Laterza, pp. 11-12; la citazione nel testo è tratta da Ernst Cassirer, An Essay on Man, Oxford University Press, 1944, p. 75)

Gaia curiosità: Finley cita l’opera di Cassirer dal titolo An Essay on Man, mentre Hillman ha scritto An Essay on Pan, tradotto da Aldo Giuliani. Tornando alla grecità da riscoprire, Hillman ribadisce che

Noi ritorniamo alla Grecia allo scopo di riscoprire gli archetipi della nostra mente e della nostra cultura. (Hillman, op. cit., p. 17)

E, più avanti, continua:

Il trattamento accademico del mito in termini di competenze specifiche si risolve in una pletora di teorie del mito e in spiegazioni erronee. (…) I miti sono considerati come esposizioni metaforiche (e primitive) di scienza naturale, metafisica, psicopatologia o religione. (…) Come il mito appartiene più alla theoria che alla pragmatica, così la sua comprensione appartiene all’esegesi, e all’ermeneutica, non all’interpretazione. (…) Soltanto quando il mito è ricondotto nell’anima, soltanto quando il mito assume importanza psicologica diviene una realtà vivente, necessaria per la vita, e cessa d’essere artificio letterario, filosofico o religioso. (pp. 28-29)

Difatti: «Le immagini archetipiche sono parti della natura, e non semplicemente delle fantasie soggettive ‘nella mente’» (p. 63). Così, dal mito si passa al sogno (interpretato da alcuni in senso materialistico, da altri in senso razionalistico e da altri ancora sotto una luce romantica) dacché

Mito e religione non sono riducibili ai sogni, ma quelli e questi hanno la loro origine in qualcosa di transpersonale, in una realtà che non è personalmente umana, anche se è umana in senso archetipico. (p. 44)

È per questo che nel volume l’autore decide di parlare “per immagini”, come avviene nell’attività onirica.

Quando siamo presi dal panico noi non sappiamo mai se non si tratti del primo movimento con cui la natura si appresta a elargirci, se siamo capaci di udire l’eco della riflessione, una nuova visione di se stessa. (p. 53)

Pan è descritto come il Dio della natura in questi profondi passaggi del testo:

In quanto Dio di tutta la natura, Pan personifica per la nostra coscienza ciò che è completamente o soltanto naturale, il comportamento nel suo corso massimamente naturale. (p. 52)
Paradossalmente, le pulsioni più naturali sono non-naturali, e la più istintualmente concreta delle nostre esperienze è immaginale. È come se l’esistenza umana, persino al livello vitale di base, fosse una metafora. Se il comportamento psicologico è metaforico, allora per comprenderlo dobbiamo guardare a quelle che sono le metafore dominanti della psiche. Ciò significa che ocupandoci delle sue immagini archetipiche possiamo apprendere sulla psicologia dell’istinto altrettanto che mediante la ricerca fisiologica, animale e sperimentale. (p. 64)

Ma ad un certo punto della nostra storia, non potendo più “catturare coscienza riflettendo entro i nostri istinti” (p. 58), Pan scompare all’apparire del “nuovo pastore” Cristo, divenendo Diavolo.

Le pietre divennero soltanto pietre – gli alberi, alberi; le cose, i luoghi e gli animali non erano più questo Dio o quello, ma diventarono ‘simboli’ o si disse che ‘appartenevano’ a questo o a quel Dio. (…) Una volta che Pan è mort, la natura può essere controllata dalla volontà del nuovo Dio, l’uomo, modellato ad immagine di Prometeo o Ercole, che crea da essa e l’inquina senza alcun turbamento morale. (…) Quando l’umano perde la connessione personale con la natura personificata e l’istinto personificato, l’immagine di Pan e l’immagine del Diavolo si mescolano. Pan non morì mai, (…) egli venne rimosso. Perciò (…) Pan ancora vive, e non soltanto nell’immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti (…) innanzitutto nell’incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche ad esso associate. (pp. 58-59)

Queste psicopatologie sono ben rappresentate dalla masturbazione, dallo stupro e dall’incubo, che destano scandalo, in un mondo – quello cristiano – nel quale “quando sono giudicati dalla prospettiva dell’amore, diventano patologici” (p. 118); non a caso, è ampiamente noto uno stretto rapporto tra sessualità e sogno.
Ma è ancora possibile Pan?

La via di Pan può ancora essere ‘làsciati guidare dalla natura, anche dove la natura ‘là fuori’ è scomparsa. La natura ‘dentro di noi’ può efualmente essere seguìta, anche attraverso le città e i luoghi civilizzati, poiché il corpo ancora dice ‘sì’ o ‘no’, ‘non in questo modo, in quello’, ‘aspetta’, ‘corri’, ‘lascia andare’, oppure ‘vai, questo è il momento’. (p. 111)

Ancor più importante però questo mònito:

Non possiamo (…) ripristinare un rapporto armonioso con la natura semplicemente limitandoci a studiarla. E sebbene la nostra preoccupazione maggiore sia ecologica, non potremo venirne a capo soltanto mediante l’ecologia. L’importanza delle tecnologia e della conoscenza scientifica per proteggere i processi naturali è fuori discussione, ma una parte del campo ecologico è la natura umana, nella cui psiche dominano gli archetipi. Se Pan viene represso nella psiche, natura e istinto no npotranno che andare in malora quali che siano i nostri sforzi a livello razionale per mantenere le cose a posto. (…) Senza Pan le nostre buone intenzioni di correggere gli errori passati finiranno soltanto per perpetrarli in altre forme. (pp. 129-130).

L’uomo di oggi si trova di fronte alle stesse domande di Socrate che tentava un dialogo con il “conosci te stesso” delfico.

È come se Pan fosse la risposta alla domanda apollinea sulla conoscenza di sè. (…) E, riconoscendo Pan in tutta la sua pienezza, Pan può dare la benedizione che Socrate cerca, dove interno ed esterno sono una sola cosa. (pp. 128-129)

Hillman tenta dunque, da un lato, un approccio immaginale allo studio della psiche (per mezzo degli archetipi come il mito di Pan) e, dall’altro, una mitologia dello spontaneo – come afferma egli stesso (p. 125) – per mezzo della quale recuperare lo spirito dell’Occidente. A mio avviso, Hillman rappresenta per la psicologia quello che ha rappresentato Nietzsche per la filologia: nè la filologia nè la psicologia possono prescindere dalla filosofia, per un’analisi profonda dei loro oggetti, cioè la storia culturale e la psiche umana.

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