Alla ricerca del tempo perduto

L’irrefrenabile desiderio che mi colse avviandomi agli ultimi volumi della Recherche di Marcel Proust fu – diverso da quello che mi avrebbe colto non appena finito di leggere le ultime parole – quello di sapere tutto di Marcel Proust stesso. Di cogliere la sua vita, di vedere foto che lo ritrassero, di appropriarmi di volti da lui visti in vita e che avevano contribuito a disegnare nella sua immaginazione quelli ritratti nell’opera.
Un motivo, questo, per dedicarmi all’Album Proust (Mondadori, 1987) con tutta la forza che serbavo per sostenere tutto il dolore che mi provoca ancora in corpo il solo pensiero di una vita (e non soltanto alcuni anni, quelli in cui freneticamente redasse l’opera) dedicata alla letteratura – e cogliere, solo così, la bellezza e la profondità dell’esistenza.

Proprio nelle prime pagine di questo libro, Giovanni Raboni giustamente scrive che

il proposito di quanti, specialisti o semplici appassionati, si fanno investigatori della biografia proustiana, non è assolutamente – tolta, si capisce, qualche riprovevole eccezione – quello, da Proust bollato in Sainte-Beuve, di «giudicare» l’autore dell’opera (della Recherche) sulla base di «tutte le possibili informazioni sul suo conto»; ma quello, diversissimo, di coltivare e prolungare e nutrire la propria ammirazione per l’opera – un’ammirazione già stabilita, una volta per tutte, all’epoca di quella prima lettura innocente e furiosa dalla quale non si può prescindere e della quale non ci si deve accontentare – accostando o riaccostando la realtà del testo alla miriade di dati reali che il testo utilizza, frantuma e trascende (Ivi, pp. XVI-XVII).

Due strade, ci racconta il Narratore, si biforcano dal punto di vista del piccolo Marcel: la parte di Swann e la parte dei Guermantes. Charles Swann è un elegante e borghese ebreo che sarà il prototipo del Narratore adulto, con la sua gelosia morbosa e fallimentare nei confronti dell’Amore; non è altro che il luogo dal quale Proust proviene (sua madre era ebrea), dal sobborgo della provincia. I Guermantes sono invece il prototipo di quella nobiltà cui un giovane borghese come il Narratore aspirava, saranno il centro della mondanità nobiliare della grande città; altro non sono che il luogo che Proust raggiungerà (suo padre fu uno dei primi ricchi borghesi a trasferirsi a Parigi).

Le due «strade» lungo le quali Marcel e la sua famiglia fanno le loro passeggiate dividono la campagna, e l’universo, in due mondi inconciliabili e apparentemente inaccessibili. Marcel penetrerà alla fine in entrambi: nella parte dei Guermantes, o dell’aristocrazia con tutti i suoi remoti misteri; e nella parte di Swann, una sfera mondana, artistica, tinta di peccato e di scandalo (R. Shattuck, Proust, Mondadori 1991, p. 45).

Ma il tragitto del Nostro non si fermerà lì: una volta raggiunto quel sofisticato ambiente aristocratico, egli non potrà fare a meno di abbandonarlo per dedicarsi all’opera, alla letteratura, al suo «Io» davvero nobile.
Mi limito a ricordare alcune brevi citazioni della Recherche (riportando i volumi cui esse appartengono numerandoli dal primo al settimo, seguiti dalla pagina nell’edizione Einaudi) che destano la mia ammirazione per quest’opera incondensabile:

La nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui. (I, 22)
Consideravo un libro nuovo non come una cosa che avesse molti simili, ma come una persona unica, senz’altra ragione d’esistere che se stessa. (I, 46)
Non amiamo più nessuno quando amiamo. (I, 424)
Il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto di un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni. (I, 454)
Ognuno chiama chiare le idee che sono allo stesso grado di confusione delle sue proprie. (II, 135)
Il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso. (II, 138)
La più grande delle sciocchezze è giudicare ridicoli o biasimevoli i sentimenti che non proviamo. (II, 367)
Si può avere simpatia per una persona, ma per scatenare quella tristezza, quel sentimento di irreparabile, quelle angosce che preparano l’amore, ci vuole (…) il rischio di un’impossibilità. (II, 435)
Il mondo non è stato creato una volta sola, ma tutte le volte che è sopraggiunto un artista originale. (III, 354)
[Le idee] sono come dee, le quali si degnano talvolta di rendersi visibili ad un mortale solitario, alla svolta d’una strada, magari nella sua camera mentre egli dorme, allorquando, ritte nel quadro della porta, gli recano la loro annunciazione. Ma appena si è in due, esse scompaiono: gli uomini in società non le scorgono mai. (III, 431)
Non ci sono ragioni per cui, fuori di noi, un luogo reale possegga gli scenari della memoria piuttosto di quelli del sogno. (IV, 167)
La nobiltà e il denaro sono semplicemente lo zero che moltiplica un valore. (IV, 489)
Nell’ansietà dolorosa, come nel desiderio felice, l’amore è sempre il bisogno di un tutto: nasce, sussiste, solamente se ci resta ancora da conquistare una parte. Si ama solo quel che non si possiede per intero. (V, 105)
Qualsiasi essere amato – anzi, in una certa misura, qualsiasi essere – è per noi simile a Giano: se ci abbandona, ci presenta la faccia che ci attira; se lo sappiamo a nostra perpetua disposizione, la faccia che ci annoia. (V, 183)
L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è. (V, 264)
L’amore è lo spazio e il tempo resi sensibili al cuore. (V, 397)
L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mentisce. (VI, 37)
Le due massime cause d’errore nei nostri rapporti con un’altra persona sono di aver buon cuore, oppure, quell’altra persona, amarla. (VI, 121)
Il nostro «io» è composto dalla sovrapposizione di nostre condizioni successive. Ma quella sovrapposizione non è immutabile come la sovrapposizione di una montagna: avvengono continuamente moti che fanno affiorare alla superficie strati più antichi. (VI, 136)
Gli omosessuali sarebbero i migliori mariti del mondo, se non recitassero la commedia di amare le donne. (VI, 283)
L’esperienza (…) avrebbe dovuto insegnarmi – se mai ha insegnato qualcosa – che amare è una malasorte come nelle fiabe, contro cui nulla si può finché l’incantesimo non è finito. (VII, 19)
I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti. (VII, 201)
Ch’io riveda una cosa d’un altro periodo, e sarà un giovinetto a risorgere. (VII, 217)
Solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie dello spirito. (VII, 238)
La bellezza delle immagini è situata dietro agli oggetti, quella delle idee davanti. Dimodocché la prima cessa di farci meravigliare appena li abbiamo raggiunti, ma la seconda possiamo comprenderla solo quando li abbiamo sorpassati. (VII, 266-7)

Come scrive J.-Y. Tadié in Proust. L’opera, la vita, la critica (Net 2003, p. 91),

Proust ha scritto un romanzo storico e un romanzo psicologico; non solo però: ha scritto anche un romanzo d’avventure, che è contemporaneamente romanzesco e metafisico. (…) E forse proprio questo riesce, in parte, a spiegare l’attaccamento dei «fedeli» di Proust alla sua opera: essi provano un po’ di quello stesso sentimento religioso che si prova leggendo la Divina commedia, raggiungono il conforto, la distrazione, la piacevole tensione che suscita la lettura di un romanzo giallo, la cui soluzione si trovi nell’ultima parola (nella Ricerca il termine «tempo»).

Alla ricerca del tempo perduto è un’allegoria della creazione del mondo e della creazione letteraria: il racconto si immerge nella notte e nel sonno per sorgerne come un continente dal mare, come un’isola misteriosa di Jules Verne, una «Delo fiorita» (Ivi, p. 100).

Ecco perché l’irrefrenabile desiderio che mi colse, invece, alla fine fu un altro – come ho scritto all’inizio. Deve essere stato lo stesso che colse l’Autore – è il caso di dirlo – a suo tempo: scrivere. Non perdere un momento ancora; ché non tornerà, perché «lo spirito ha i suoi paesaggi, la cui contemplazione gli è concessa soltanto un attimo» (Il tempo ritrovato, Einaudi 1991, p. 377), per non tornare mai più. Ora che, (in qualche vago modo) come l’intramontabile Proust,

ho indirizzato lo sguardo dentro di me, verso il mio pensiero, avverto tutto il nulla della mia vita, cento personaggi di romanzo, mille idee mi chiedono di dare loro corpo, come quelle ombre che nell’Odissea chiedono ad Ulisse di far bere loro un po’ di sangue per portarle alla vita e che l’eroe scaccia con la spada (dalla Corrispondenza, ripresa in Tadié, Proust, cit., p. 252).

Ritrovare il tempo perduto è – difatti – il compito della letteratura. «Ma bisogna rassegnarsi a morire. Si accetta il pensiero che tra dieci anni noi, fra cento i nostri libri non saranno più. La durata eterna non è promessa alle opere più che agli uomini» (Il tempo ritrovato, cit., p. 387). Come, però, ebbe a scrivere lo stesso Proust nel Contro Sainte-Beuve (riportato da Shattuck in Proust, cit., p. 137), alla fine della sua opera «il tempo ha assunto la forma dello spazio».

All’inizio della primavera [del 1922], forse rielaborando il manoscritto de Il tempo ritrovato, chiama Céleste: «Sapete, è successa una gran cosa, stanotte (…). È una grande notizia. Questa notte ho messo la parola fine». Ha soggiunto, sempre col suo sorriso e quella luce nello sguardo: «Adesso posso morire». E siccome Céleste faceva notare che c’erano ancora correzioni da fare e pezzi da incollare: «Questa, Céleste, è un’altra cosa. L’importante è che ormai non sono più inquieto. La mia opera può uscire. Non avrò speso la mia vita per niente» (Tadié, Proust, cit., p. 311, in cui l’autore riporta dei brani tratti dal volume Monsieur Proust, che raccoglie i ricordi della donna che assisté il più grande scrittore del XX secolo nei suoi ultimi faticosi – ma davvero ben spesi – anni).

Segnalo: un documentario girato da Attilio Bertolucci, Alla ricerca di Marcel Proust; un bellissimo contributo di Alberto G. Biuso; e le considerazioni di Cateno Tempio (») e Tommy David (I e II).

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