Potrebbe titolare “Il Tempio poeta” questo breve (se non fosse per lui) messaggio di stima (ché altro non è); ma non c’è poesia, che voglia dirsi tale, incapace di sedurre. Cateno Tempio – del cui amore per la poesia si trova traccia persino nel suo blog – seduce con una poesia una donna, un uomo, un poeta e ogni vagabondo. Tempio è seduttore e la sua poesia è la sua seduttrice, sedotta anche. Se ci si chiede che dire quando scrive:
Questa poesia domestica è per te,
perché mi fai sentire a casa,
io, vagabondo del pensiero,
nascosto tra le favole danzanti
di versi e di sistemi.
La risposta è “Niente”. Ha già sedotto: condotto al silenzio, condotto a sé. Se in questo estratto dalla dedica dei suoi Disincanti (scritti tra il dicembre 2006 e il novembre 2008) trovo dieci, dentro trovo mille.
Tu non puoi amarmi,
o non devi, o non lo so;
oppure morirai o morirò:
c’è un prezzo, sai, diranno,
nell’essere poeti.
E sarò un nome, via!,
la vita non importa:
contano i versi.
Ed io… non sarò più,
saranno le poesie
ancora mienonmie
(certo per altri versi)
scolpite, eterne quanto dura
l’eternità dell’uomo.
Questo estratto da una untitled continua idealmente in questo brano de L’abbandono:
Per quel che mi riguarda,
puoi continuare, mondo imbianchino,
a farci tutti uguali.
Gira, mondo cretino,
gira come un ossesso.
Rigonfiati persino d’amore
o di sesso, perché tanto, diciamolo,
è lo stesso.
Giro con te, d’accordo,
ancora un poco, almeno
fino a quando mi illuderai d’andare
per il verso mio. E poi mi fermerò.
Ma che t’importa, dimmi;
sarai ancora più leggero;
girerai meglio senza chi
s’ostina a crogiolarsi col pensiero.
Il poeta è vagabondo? Allora ecco una poesia che è il premio per il vagabondo, cioè vedere il mondo degli altri da un mondo solo proprio, Amor kakón:
T’ho cercata e non c’eri.
È questo il male? Il mio male il tuo male.
È normale, o più norma che male,
se il male
(come il bene correlativo)
nel tutto non c’è.
Ma chi c’è ma chi c’è?
C’è l’amore che piscia e che puzza.
Questo amore di cacca,
neutro amore kakón
tanto freddo
che puzza di frigo aperto
di cibo andato a male
che non sai cosa farne,
se buttarlo
o mangiarlo e morire.
Questo amore kakós
mio
che mi entra nell’ossa
macellaio senza carne.
E siamo tutti normali;
con amori caconi, fasulli ed ubriachi;
come quando
vedi i cinesi e ti sembrano uguali.
Ma siate felici e contenti
per sempre, per sempre
come una banda che suona
paz-zum paz-zum
come dietro le tende uccellini
cip cip che non annusano
la puzza freddosa del frigo,
contenti di briciole,
perché il mondo va male se qualcuno non mi ama,
è un cosmo moscone che gusta la cacca
e l’amore è kakós;
l’amore, la pizza ai formaggi
i tovaglioli i coltelli
ed il fare a metà
ciò che a mala pena basta per uno.
Quest’amore ch’è un fiore:
il carciofo. Non è bello
ma sazia ed il vino (è una truffa
vecchia) è più dolce.
Ma siate felici e contenti
per sempre, per sempre;
avanti spingete
penetrate ansimate
gioite l’amore
è diverso dal sesso.
(Diranno i maligni: è per questo
che non esiste).
Quest’amore kakós
di forno di caldo di zanzare
di condizionatori e condizionati
di fragole e vermi nelle fragole
di peli nelle ascelle che non vuole nessuno
che sono inutili e puzzano.
Ma siate felici e contenti!
Conta solo il kakón
che non c’è, ch’è normale
letale letame
norma-le nor-male philia
paz-zum pizza
puzza pazzia.
Spezza il verso, spezza il senso: spezza il pane con tutti i denti. Per ritrovarli in forme nuove; una novità ritornata. Parte dei Disincanti compone la Ballata del teatrino dell’orrore, ballata divisa in parti di cui solo cito il Proemio:
La ballata del teatrino,
del teatrino dell’orrore:
ogni uomo è un burattino
che non nasce e che non muore.Siamo tutti dei fantasmi
affannati dai perché:
escrementi, cibi, orgasmi
d’una vita che non c’è.Siamo tutti marionette
del teatrino degli orrori:
peli, cazzi, culi e tette
sono i soli nostri amori.«Cosa importa la ricchezza
se non dà felicità;
a noi importa la bellezza,
la famiglia, la bontà».Così dice ognuno e aspetta,
mentre sbava da maiale,
della torta la sua fetta
per mostrare quel che vale.Splenda il sole chiaro, cupo
soffi il vento sporco ed atro,
ogni uomo all’altro è lupo
nello squallido teatro.
Un’opera nell’opera, una sceneggiatura del quotidiano che divora se stesso e lo perpetra in circolo: nel lavoro, nell’amore, nel figliare, nella guerra, nella morte – morte arida non più, però, del rito della stessa morte – che è il vivere, vivere cotidie. Finita la ballata c’è la morte del poeta, nella Discesa agli inferi:
La società si regge sul tempo inventato
della memoria lirica e del passato della tradizione,
sull’ingegnosa impalcatura della festa
che lega i ricordi scanditi lungo i viali dei paesi,
sui vapori mattutini delle cupole dorate
al suono martellante di campane.
Ma il tempo non si può combattere;
di esso si può dire solo
che non è.
È negando tutto che si afferma la poesia.
L’aporetica è la vita senza tempo,
il poeta che si vuole eterno
e destinato in questo, falena,
al fuoco della solitudine.
Questi i Disincanti. Prima di essi avevano visto la luce altre poesie, alcune delle quali avevano assunto forma aforismatica: da queste altre il poeta ha messo spazio, distanza nel tempo. Se ne trovano vestigia nel suo blog. Eppure la poesia parla da sola, anche quando si vuol parlare d’altro: Tempio è più seduttore quando parla di seduzione in prosa, infatti. La sua prosa è una poesia “sedotta in prosa”. Dei diversi racconti che ho avuto la fortuna di leggere, di uno non parlerò volutamente (Il caffè), sebbene sia quello che cito cotidie; di un altro parlerò invece necessariamente – perché in oggetto: Sul seduttore. In questo breve scritto, Tempio (perché non è Cateno) racconta di aver trovato delle carte di un amico ormai defunto, carte importanti per scoprire una persona che non si sapeva “seduttore”. Così leggiamo:
Il mio amico è vissuto mostrando la realtà di una mia ferma convinzione: la profonda unità della mente e del mondo. Per questo, dato il fatto che io non mi sono mai accorto di questi atteggiamenti e azioni di cui egli scrisse, una semplice avventura amorosa può essere la più poetica vicenda di un seduttore; ma io non sono degno di pronunciare questa parola, perché non ne posseggo il concetto.
Appurato che se c’è il concetto allora c’è anche la parola, gli unici individui degni di pronunciare la parola “seduttore” sono i seduttori stessi. Essi, inoltre, sono le sole persone che parimenti possono fregiare la propria vita del nome di esistenza; quest’ultima, infatti, è la più grande seduttrice; il mio amico lo sapeva, per questo giocava con la morte.
Se solo potessi leggervi adesso tutte queste carte! Non posso. Nella possibilità, invece, si annida – scopriamo – proprio la caratteristica del seduttore. Chi è il seduttore? È «un individuo che per tutto il corso della sua esistenza è essenzialmente se stesso», ma che ha di speciale? È forse un romanticone, oppure è un latin lover? Un grande amatore? Un bastardo? Tutto di ciò e niente: secondo me, qualcosa che non c’entra niente. È, piuttosto, il giocatore par excellence.
Ogni seduzione è un gioco. La sconfitta è decisa in partenza, ma dal seduttore. Egli può vincere o perdere, ma ciò non riveste, in verità, nessuna importanza. Tuttavia il confronto più intimo del seduttore resta quello con la morte; e lì non v’è partita.
Non solo si tratta del rapporto, come visto e come si vedrà meglio fra un momento, con la possibilità e con il gioco ma – ancor di più – con l’idea:
Un’importante distinzione è quella tra il seduttore ed il semplice conquistatore. Il primo non godrebbe minimamente di una fugace avventura da quattro soldi. Il problema del seduttore, ben avvisato da Kierkegaard, non è tanto il possesso fisico, quanto piegare le fanciulle con la forza dello spirito. È tutta una lotta di idee. Anche quando passa attraverso la fisicità. Solo le idee osseggono la forza del dominio; il seduttore è un tipo ideale. E tuttavia, il possesso ideale non è, come vedremo, un possesso reale.
Queste carte si delineano come un trattato della seduzione, anzi (dacché la seduzione «non esiste») del seduttore. Domandavamoci infatti chi fosse costui: certo non è
un lurido individuo senza passioni, capace solo di approfittare delle fanciulle che incontra, prostrandole, svuotandole, annientandole. Ebbene, vi svelerò un segreto che mai nessuno ha rivelato: il seduttore è perennemente innamorato. Per lui non esiste amore che non sia estremamente intenso, passionale, fulgido e lucente. Ogni fanciulla possibile per il seduttore è una fanciulla che egli ama e che non dimentica mai del tutto.
Un riferimento è perfetto: Kierkegaard. Innegabili le sue letture – che traspaiono dal testo, anche se non conoscessi il poeta. In “bella prosa” vengono citate, impunemente, per formare un saggio racconto.
S. Kierkegaard sosteneva che Regina Olsen possedeva delle corde che egli solo riusciva a far vibrare. Ed è verissimo: solo il seduttore riesce a toccare alcune corde, a far brillare un certo sorriso, a far lampeggiare alcuni sguardi, a far muovere soavemente le mani. Gli altri amanti non fanno che percorrere strade già battute, offerte loro dalla nostalgia delle fanciulle; non fanno altro, in ultima analisi, che percorrere lande deserte di contro alle oasi di estasi scoperte dal seduttore.
Rimane vero, ancora una volta, quanto affermato da Kierkegaard stesso: «Ad ogni donna corrisponde un seduttore. La sua fortuna sta nell’incontrarlo».
Per chi non avesse ancora colto la profondità filosofica della riflessione sul e del seduttore, basti leggere quanto segue.
L’abbandono è tremendo, in entrambi i sensi in cui può essere inteso: l’abbandono di chi si innamora dispiace al seduttore, poiché egli ne è intimamente incapace; l’abbandonare, invece, l’innamorata è un segno evidente del trascorrere del tempo. È qualcosa che finisce.
Ecco, la dannazione del seduttore è data dal rapporto cursorio e superficiale con il tempo. (…).
Il seduttore vive di possibilità. Per lui ogni cosa è possibile e perciò nulla è reale; ma quando la possibilità decade, la realtà schiaccia il seduttore e acquista davvero i caratteri del terrore. Il seduttore è possibilità; la realtà è, perciò, altro da sé. La realtà è terribile perché autonoma. La realtà è alterità, mentre il seduttore vorrebbe essere tutto.
La vita del seduttore è la vita alogica e logica per definizione: segue strenuamente il sentimento (alogica) e al tempo stesso è il rigor del vivente, dacché c’è vita solo nel movimento, nel ciclo, nel dare-avere, nel prendere-lasciare, nel cercare-trovare-perdere-ricercare, nel morire-di-continuo-per-non-smettere-mai, per muoversi – questa la vita più logica. Questa la vita del seduttore, mai morto ma sempre morente, mai fermo, sempre nel possibile, mai nel reale, sempre nel sogno, sempre nella pena, sempre fugace – “essere di fuga” come Albertine che ha se-dotto Marcel. Ed è una vita vissuta da una persona vera (maschera-in-carne), cui debbo – ringraziandolo – lasciare la chiusa.
Io sento in me la lacerante sconfitta che è l’abbandono, l’esaltante scoperta dello sbocciare di un amore, l’appassire della vita all’esaurirsi della potenza erotica, la malinconia di una notte d’estate dolcissima e perduta quando, cosciente che prima o poi l’avrei dovuta abbandonare, le sentii sussurrare ansante le parole: «Ti amo».
E sento pure l’odio e l’amore che ogni fanciulla ha provato per me, la gratitudine, la vita nuova ch’io lasciavo intravedere per poi inevitabilmente mostrare loro la vanità del mondo; le lacrime, il peccato che abbrutisce il cosmo, la meschinità femminile, le dolci labbra umide che inondano di voluttà la sete ancestrale d’amore, l’aridità dell’animo del seduttore.

2 Commenti
Mi domando se l’Autore condivida e si ritrovi nella analisi delle sue opere che qui è stata fatta: nel suo blog afferma di tenere in così alta considerazione la serietà di Dell’Ombra da essere sicuro di non aver ricevuto alcun trattamento “da amico”. Non ho motivo per dubitarne, tanto più che l’opera di commento di Davide è puntuale e molto profonda, e probabilmente anche “umile” (spero siate indulgenti sulla scelta di questo termine) nel lasciare parlare a lungo la parola poetica di Tempio senza sovrapporsi ad essa. Credo che questo costituisca l’omaggio più bello che si possa fare ad un poeta, il vero trattamento “da amico”, lasciare parlare i versi dando solo qualche indicazione, brevi commenti e sensazioni, senza forzarne l’enunciato, riempiendoli di un senso ma senza escluderne un altro. Complimenti a davide, e un ringraziamento per aver contribuito a divulgare opere così belle.
Caro Real Gone, cogli perfettamente il mio intento. Anche qui, nulla da aggiungere. Se l’Autore si riconosca a questo punto poco importa – ché le mie sono solo impressioni, sensazioni. Lo “scopo” dell’arte.
Ti ringrazio.