In morte di Turi

La morte di Turi fu per lui lo specchio improvviso di quel che era diventato il giovane Bohemien di quarant’anni prima. Come ogni marito andato a male, diede la colpa alla moglie che l’aveva imprigionato, sputò nel suo ventre grasso di terra e si rassegnò a se stesso. (Salvatore La Porta, In morte di Turi, Villaggio Maori Edizioni 2008, pagg. 53-54)

In queste parole l’autore non condensa un omicidio ma l’eterna vita infernale del siciliano. Il ventre grasso è quello della Sicilia, terra che imprigiona e che Brancati vividamente definiva appiccicosa come il miele.

La morte è il tema infernale per eccellenza e nel romanzo essa sta al centro. Vi si tesse una storia dal sapore pirandelliano in cui uno scambio di persona (di un’identità, non di una personalità, ché i due son tanto diversi) consente di svelare, ancora una volta, l’essenza del siciliano: egli non conosce nessuno. Non lo ri-conosce, perché indaffarato a pensare e ri-pensare (in silenzio congetturare, raramente meditare). I due Turi sono l’uno il contraltare dell’altro, come si diceva: val la pena rintracciare alcuni luoghi del romanzo – breve ma intenso – in cui impariamo a conoscere uno dei due, ché l’altro è l’assente par excellence. E i topici sono quelli tipici, insuperati e raccontati in scene: da bambino e, come vedremo dopo, da giovane.

– A che pensi, Turiddu? –
Suo padre sembrava un turoc dagli occhi azzurri. Magro come il ragazzo, ma con le mani ampie e ruvide.
Mai picchiato Turi, che a quella domanda rispondeva sempre con un’alzata di spalle, e si faceva stropicciare i capelli sotto lo sguardo esasperato della madre.
– Accarezzalo, si.
Mangia. –
E Turi mangiava.
Se avesse dovuto rispondere alla domanda del padre, si sarebbe sentito imbarazzato. Turi pensava continuamente alla cosa giusta da fare.
Semplicemente.
Aveva avuto questa idea un giorni, a meno di sette anni e non era più riuscito a levarsela dalla testa: punito dalla madre per aver rotto un piatto, aveva capito d’aver fatto la cosa sbagliata.
“Ma la cosa giusta quel è?” Pensò, mentre cercava di acchiappare una lucertola dal collo molle come quello di una vecchia. Si fece un gran silenzio nella sua testa e quel silenzio lo spaventò. (Ivi, pag. 66)

Nell’età infantile vengono a fondersi la questione culturale del Mezzogiorno e il senso morale che in certi siciliani è ben più forte che negli uomini la cui quotidianità non sia impastata di imbrogli e silenzio, come in Sicilia.

Turi aveva anche provato a superare il disgusto e studiare; ma tutto quello che vedeva lì intorno lo abbatteva profondamente. Il suo professore d’italiano, che insegnava riassunti di libri che a sua volta aveva studiato su riassunti un po’ vecchi, insegnati da professori che avevano studiato a fondo riassunti altrettanto concisi. Che leggeva Dante col trono trafitto d’un’orazione funebre.
L’italiano fu proprio la prima materia che smise di studiare. Smise di aprire il libro di grammatica perché credeva che la lingua s’imparasse con la pratica, e la pratica con la lettura; ma smise anche di studiare letteratura, perché amava troppo leggere per delegare una cosa tanto importante alla scuola. Non voleva conoscere le trame dei romanzi prima di averli letti.
Gli sembrava una cosa intelligente quanto fare a pezzi la Pietà di Michelangelo per studiarne le venature del marmo. (Ivi, pagg. 75-76)

Turi cresce e come ogni buon siciliano, però, da giovane è già morto. Un cerchio logico come il seguente lo mostra bene:

– Mi sento come se pestassi merda per farne mosto. –
Turi, fresco letterato, lo guardò con stima.
– Sono stanco. –
– Com’era Roma, compagno? –
Giovanni gli lanciò un’occhiata da amente abbandonato.
– Roma è la vita, ‘mpare Turi. Roma è la vita e la Sicilia è merda. –
– Eh! –
Un’occhiataccia azzurra; Turi amava la Sicilia come una donna: fianchi caldi di barocco. Ma Giovanni aveva amato la Sicilia come una moglie, e si era trovato sposato a forza in mezzo alla povertà.
A Catania aveva fatto l’Accademia; trascinatosi in nottate fresche di luna tra le vie piene di suoni a piazza Teatro Massimo; insieme ai compagni aveva sognato del ’68, s’era infervorato per i carrarmati di Praga, aveva sperato in un Maggio italiano, aveva fatto l’amore in campeggi polverosi e pieni di fiori, aveva ascoltato la storia di un impiegato ed una buona novella, letto degli ultimi giorni di Pompeo, aveva deposto le armi della ragione davanti alle Brigate Rosse.
S’erano fondate case editrici, riviste e collettivi; fumato parecchio, e bevuto altrettanto. Ancora adesso, chiudendo gli occhi, sentiva le risate scomposte e felici di certi compagni abbandonati su di una stuoia, mentre lui recitava:
– Ho visto le menti migliori della mia generazione… – E strabuzzava gli occhi dietro le lenti alla John Lennon.
Aveva portato la faccia avanti nelle manifestazioni; le tasche piene di limoni per lavarsi dagli occhi i fumogeni, le spinte convulse e la rabbiosa paura della polizia, i resoconti di collettivo e l’attacchinaggio nottruno, le lotte simili a giostre per criceto e le risse con i fascisti.
Aveva pianto alla morte di Pasolini.
Tremato di nascosto, nell’oscurità di un cinema, vedendo danzare le astronavi in un film di Kubrick.
Poi le case editrici s’erano trasferite al nord, insieme ai fondatori; le riviste erano fallite, i collettivi si sciolsero nei partiti. Di Praga si parlò sempre meno. Ed i catanesi continuavano a guardare strano quegli straccioni ormai agri e senza mestiere: gli artisti.
– Eppure Catania è bella. –
– Si, eh… –
– Ma qui abbiamo avuto Verga, Capuana, De Roberto, Martoglio… –
– Eh, Tempio… –
– Tempio, cazzo: si; e Brancati. Brancati è sottovalutato. –
– Hm. Giovanni, ma che vuoi? –
– Se tutti ce ne andiamo… –
– …ma non dire cazzate. Vieni con me a Roma: ti ospito una settimana. –
S’era fatto ospitare. E al ritorno, inacidito di rabbia, si accorse di essere sposato a una donna povera, rotta nell’onore, invasa e puttana: la Sicilia. Ma che, strana malia di odori e disperata bellezza, non sapeva lasciarla.
Roma era la vita.
Roma era Cinecittà, la politica, la letteratura, il giornalismo, le donne dallo sguardo ampio, avide di vita.
Fondò una rivista di fotografia a Catania: lui e cinque pazzi. Sputarono sangue per due mesi, arrivarono a venderla porta a porta. Ogni rivista venduta aveva il sapore aspro dell’elemosina.
Disperati, chiesero finanziamenti all’Università. Una selva di nomi assonanti, i corridoi pieni di eco e parenti somiglianti; il grado di endogamia in quel posto avrebbe interessato Darwin.
Ressero un anno, poi quattro redattori emigrarono a Roma. Uno aprì una libreria in via S.Giuliano, e la chiuse tre mesi dopo.
Giovanni tornò a Mineo. Prese a fotografare i bambini a carnevale, le coppie da matrimonio: pose studiate con grottesco cinismo. Infine raggiunse l’età della ragione: – fare cultura, in Sicilia è come pestare merda per farne mosto. – (Ivi, pagg. 49-52)

Qui c’è tutto quello che abbiamo detto e di più; eppure c’è – o voglio trovare – una speranza per Turi, quando La Porta scrive che egli «si accorse di amare la vita dall’enorme sbalzo che gli facevano le viscere in quel momento» (Ivi, pag. 100). In quel terremoto si annida la personalità che mai si può confondere con l’identità – con la persona, la maschera siciliana.

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