A proposito di Jakob Spielhans

«Oggi prevale l’etica più franca che si dia, ossia quella espressa dalla massima della sapienza antica: Ego deus mi ipsi lupus tibi». Jakob Spielhans, Fragmente, in Ausgewählten Schriften. («Heute überwiegt die freimütigste mögliche Ethik, das heißt die durch den Denkspruch der antiken Weisheit zum Ausdruck gebrachte: Ego deus mi ipsi lupus tibi»).

Una citazione in una citazione. Così ha inizio e prende forma un esperimento tentato e portato a compimento da Antonio Trovato, Cateno Tempio e dal sottoscritto. Nella suprema ostentazione dell’antinomia logica che consente al falso di ottenere la supremazia sul vero per mezzo del verosimile, abbiamo allestito uno spazio scenico in cui la farsa potesse per un momento prevalere sul ben detto e sul seriamente argomentato: uno spazio all’interno di Sitosophia. In realtà, Facebook (qui e ) è stato il luogo paterno dove la geniale citazione in una citazione riportata in apertura è apparsa per la prima volta ad opera di Antonio. A lui vanno infatti, maestro dell’arte della farsa elevata a scienza quotidiana, il nostro plauso e il nostro rispetto per la sapienza in materia di quieto vivere, cioè sollazzarsi allorquando spesso invece predomina il rigore e la disciplina. Se servisse conferma della profondità della sua ars burlesca e al tempo stesso del fatto che la traccia rivelatoria dell’essenza si annidi già nel nome della Cosa stessa, basterà – non si volesse porre mente all’incipit declamante «una sorta di edotto esperimento» – tradurre lo stesso cognome del filosofo: Giocherellone.
Se una veste deve avere infatti la farsa, quando cioè non volesse comparir nuda alle sue vittime, tale veste è quella intellettuale, cioè filosofica. Un filosofo, segnatamente tale Jakob Spielhans, è l’unico possibile soggetto di tale oggetto di farsa, che addobba il proprio abito con orpelli latini, giusto per cominciare. La farsa messa in atto per l’occasione è colma tanto di citazioni genuine, originali, frutto della effort intellettuale di non poco conto (di cui parleremo fra un momento, se avrete pazienza), tanto di riferimenti bibliografici piuttosto precisi, quanto anche di edotte e forbite disquisizioni etiche, politiche, estetiche, etico-politiche, estetico-etiche, politico-estetiche et cetera. Basterà sfogliare le virtuali – sebbene poco virtuose, irriverenti di fronte al pudore altrui – pagine sitosophiche, che il percorso spielhansiano si dispiegherà da sé: dai Fragmente iniziali, scopriamo che il Nostro – è ora il caso di dirlo – è autore anche di una Lettera al pastore (Brief dem Hirten), edita dalla casa editrice Pantheon nell’ormai lontano 1979, e di un intramontato L’oscuro riflettere. Su questo ultimo saggio Antonio precisa:

[è] la breve trascrizione di una conferenza tenuta a Pforta nel 1874 nell’ambito di una discussione Sull’apporto degli studi antichi alla comprensione dei tempi presenti. Ad essere precisi il titolo originale dello scritto di Spielhans suonerebbe Oscurità e perspicuità nel confronto tra il pensiero degli antichi e dei moderni (Dunkelheit und Deutlichkeit in der Vergleichung zwischen dem Denken der Antiken und der Modernen).

Le precise indicazioni storiche e bibliografiche hanno il solo scopo di ingannare – nella generale farsa messa in piedi con la testa – quel lettore che avesse voluto candidarsi, proporsi e promuoversi vittima, nonché soggetto dell’esperimento infausto. Quello di scopo è un concetto avulso da ogni contesto filosofico serio, ma perlomeno l’interesse venutosi a formare al di qua dell’intento farsesco ha fatto sì che il complesso di citazioni riferimenti e frottole costituisse alla fine un vero e proprio arsenale bellico per sconfiggere l’armata psicologica che si nasconde dietro qualsiasi test di odierna fattura. Potrebbe risultare fastidioso – ben poco avrebbe a che far con la farsa – ripercorre il cammino tracciato per mezzo di questi riferimenti edotti, ma sarebbe ingiusto – il giusto ha invece a che fare con la farsa – dimenticare il portato quantomeno accademico della presunta – per quanto la presunzione, si sa, non sia carattere della farsa, in certo aspetto – negligenza nei confronti del pensatore Spielhans. Egli – «collega di Nietzsche a Pforta» e pregevole sostenitore della consistenza effimera dell’individuo, della persona, della conoscenza stessa intesa come erudizione – avrebbe «subìto la stessa ingiusta sorte di Bachofen», essere dimenticato cioè e in questo modo consegnato all’oblìo e a quella stessa ignoranza che però proprio Spielhans riteneva «dure colonne» alle quali aggrapparsi nel momento della verità.
Per farla – questa farsa – breve: le risate, vere protagoniste occulte della vicenda, hanno dominato all’inizio e alla fine dell’esperimento. E cioè al momento della pubblicazione su Sitosophia dell’incauto ma sano progetto di adescare qualche bravo ammiratore delle farse o qualche altra vittima incosciente perché troppo sciente a suo dire, e al momento della chiusura dei giochi – questo preciso momento ora delineantesi. Se infatti nell’arco costituito dai commenti dei tre autori (la farsa che è la vita, per Antonio; lo scherzo come topos letterario, per Cateno – li avete letti), il mio – letto quasi per intero anche questo – ha un ruolo, sarà quello di accompagnare la dolce fine con i risultati dell’esperimento. Il buon Tommy David è stato l’unico ad accostarsi senza pudore alla questio, né bloccato dal timore dell’ignoranza di cui Spielhans è sostenitore accalorato né sospinto nella vana impudicizia di dire idiozie solo per non apparir qual è – come tutti. Nota di rilievo il passaggio in cui l’unico vero interlocutore vittima benché presago della sventura accosta il finto amico di Nietzsche al vero Friedrich: a quel punto Spielhans ha assunto sembianze storiche e consistenza ontologica non indifferente, essere cioè pensiero. Solo, invece, l’accorto Giofilo ha avuto – quando giusto ieri mattina il testo cartaceo di Spielhans latitava e le nostre occhiate cominciavano a dire il vero – l’ardire di proferire la vera fine dell’esperimento, annunciando la scoperta presunta (ma proprio perché presunta è scoperta) dell’inghippo, della frode intellettuale che la farsa inevitabilmente costituisce. Mi permetto di rinviare quindi al testo dell’esperimento, non scusandomi di essermi temporaneamente e farsescamente – oggi è il giorno – appropriato dello stile carnascialesco di Antonio in questo commento che chiude la triade su Jakob Spielhans – al quale i tre, non senza un momento di doloroso distacco emotivo e intellettuale, rivolgono il più mesto saluto d’addio. Certo, pur con un grato sorriso che campeggia ancora di tanto in tanto sul volto pensando a lui.

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