Malìa

Malìa è un libretto scritto da Luigi Capuana intorno al 1891. È disponibile in rete il testo originale integrale. Apprezzatissima tanto in lingua quanto nella versione in dialetto del 1902, l’opera di Capuana mette a nudo un coacervo di emozioni dure che si sciolgono nello spettatore – come anche nel lettore – assolvendo appieno alla più aristotelica funzione del teatro. Un intreccio di magia, schizofrenia e il più profondo e nobile dei sentimenti umani: non l’amore, ma l’odio. L’odio che è amore. Jana, promessa a Nino, è preda del desiderio per Cola il quale, pur condividendo il sentimento, funestamente sposa la di lei sorella; nel tempo le condizioni di Jana si aggravano, vivendo ella una scissione fortissima tra l’onestà nei confronti del matrimonio della sorella e il desiderio delirante per il marito di lei. L’epilogo è tragico: confessato tutto a Nino, questi uccide Cola “spezzando l’incantesimo”.

Questa la nuda trama del libretto, del quale ho potuto apprezzare la versione diretta quest’anno da Antonio Faicchia e messa in scena dalla compagnia teatrale Sicilia Teatro, diretta da Tino Pasqualino. In questa interpretazione originale dell’opera, moltissimi elementi vengono inseriti in maniera intelligente e davvero stimolante, percepibili (quasi) tutti come una naturale estensione dello spirito che anima l’originale di Capuana. Saltano subito all’occhio personaggi e parti totalmente nuovi (in particolare quelli ironici, totalmente assenti in Capuana), una revisione dei cori e, operazione più tragica, la presenza della Morte sulla scena. Una Morte dal tipico carattere siciliano.
I personaggi e le battute da teatro comico (adattamenti forse dovuti a ragioni poco artistiche) spezzano gran parte della tragicità del libretto eppure sono inseriti con garbo, con armonia, con intelligenza teatrale sostenuti dalla non comune bravura di tutti gli attori in scena. Il risultato è una schizofrenia che, da Jana, giunge fino allo spettatore nell’accogliere lo spirito dell’intera rivisitazione del luogo dipinto da uno dei maestri del teatro siciliano: il comico e il tragico sono oscillanti, si spezzano a vicenda in un tumulto di emozioni davvero ben calibrato. Un bilanciamento – è il caso di dirlo – spettacolare.

I cori – delle fanciulle eschilee nella versione originale – sono qui dei giovani menestrelli siciliani spesso ubriachi che però accompagnano il brano teatrale che si svolge al loro fianco con chitarre portatrici di sonorità tipiche dell’isola del secolo scorso, diretti dal capo-coro che funge da basso continuo unendo i due elementi della rappresentazione. Particolarmente gradevole l’incipit: esso è appunto affidato a questo coro, all’apparenza improvvisato, che ancora a luci di sala accese attacca un antico motivo che attira l’attenzione, quasi una vecchia melodia facesse voltare lo sguardo ad un passante di un borgo. E così, la storia prende il suo cammino e lo spettatore già passeggia per via immerso nella scena. Un’altra operazione d’effetto.
Il più grande effetto è però la presenza di una Morte con la coppola in testa, la faccia tutta impiastricciata di bianca farina e un costume, con tanto di mantello, più nero della pece. Si aggira di tanto in tanto sulla scena (anche al di là della quarta parete pirandelliana, così abbattuta), indisturbato e indisturbabile, silenzioso, fumante, lento e tetro, invisibile. Aleggia, incombe: quando però Jana vorrà la morte, Egli finalmente prenderà parola in una scena che va al di là dell’aspettato, che trascende ogni realismo per far rimbombare il vero spirito di Capuana nella sala: il macabro simbolismo, un nascosto satanismo. La Morte con la coppola è il personaggio che simboleggia in sé la Sicilia stessa – antica sede dell’Inferno.

I temi che Capuana tocca in Malìa – ben ripresi da Faicchia – sono dunque il rapporto tra la morte e la religione (suggestiva la rappresentazione di una paesana processione con la Madonna mentre la Morte segue attenta), tra la superstizione (Jana è, sotto questo aspetto, una laica delirante: “Madonna tortura” è per lei l’epiteto corretto per la madre di Dio) e la magia, come anche tra questa e la gelosia. Ecco cosa dice Nino, il promesso di Jana, dell’amore (dal testo originale, al quale d’ora in poi ci rifaremo per le citazioni, Scena ultima dell’Atto Terzo):

Amore! Amore!
A chi ti toglie il pan, taglia le mani!
A chi ti ruba un cor, spaccagli il core!

Perché la magia? Nel Dizionario etimologico di Devoto (Firenze 1968), alla voce “malìa” si legge: «malìa, dal lat. malus ‘cattivo’ col suff. it. di astr. -ìa.» La malìa è la maledizione, o meglio – lo star male a causa di essa. Da un comune dizionario: “opera di stregoneria per ridurre qualcuno schiavo della propria volontà”. Interessante il fatto che in greco la parola che traduciamo “amore” («στεργηθρον, ου»; «στεργημα, τος») significhi parimenti “filtro amoroso”, “filtro d’amore”. Non si riesce proprio a distinguere l’amore da una pozione («poison» in inglese): da un veleno. Ogni filtro, infatti, porta con sé – in ogni storia – un effetto indesiderato, una maledizione, un destino infausto. Mai un filtro porta serenità. E l’amore è sempre un filtro. Lo stesso Capuana aveva scritto (ne L’inesplicabile, dai Racconti):

Credete voi alla malia? Io sí. Credo che l’uomo possa acquistare, per via d’iniziazione, un quasi illimitato potere su la natura e sui suoi simili; benefico e malefico; malefico piú spesso, sventuratamente… Avete letto il recente romanzo dell’Huysmans, Au de là. Non è un romanzo come gli altri; è storia antica e contemporanea nello stesso punto… Oh! La mia fede nella magia non proviene soltanto da quel libro.

Proprio Huysmans citato da Capuana spiega la bontà dell’interpretazione satanica di Malìa poco sopra discussa. Jana infatti interpreta necessariamente l’amore come una «potenza nera» (Atto Terzo, Scena I), una maledizione cui la religione non può fornire rimedio, né la morte. Non la morte di lei, almeno: come ogni buona maledizione ha infatti fine con la morte del mago, in questo caso Cola.
Come detto sopra, Jana ha un rapporto “diretto” con le realtà supere cristiane: nel testo di Capuana Jana si rivolge alla Madonna dicendo (Atto Secondo, Scena III) che

Io son dannata!…. Ogni preghiera è vana!….
No, voi pietosa madre non siete!
Non siete santa!
Pura? E all’inferno mano tenete
Quando c’incanta!

La mano all’inferno stretta dalla madre del dio è una immagine quantomeno suggestiva, la cifra della grandezza di Capuana. I versi che invece dànno il quadro di Malìa sono racchiusi in queste battute di Paolo, il padre di Jana per questa preoccupato (Atto Secondo, Scena I):

Il..dubbio atroce è qui da ier risorto.
(tocca la fronte,)
Questo mal che la martira
Natural cosa non è.
Muta, tetra qui s’ aggira,
Piange, o brontola da sé…
Suda freddo, smorta al pari
D’ un cadavere si fa:
E, convulsa, con le nari
Sanguinanti, in urli dà.
È male, d’amore! ripete il dottore.
Mal’ opra, mal’opra! dottore, pens’ io!
Mia buona figliuola! Mio povero cuore!
Oh, no, non doveva permetterlo Iddio!
Infiora l’altarino, (a Jana) A lei ti volgi
È fonte d’ ogni bene.
Nel giorno sacro a lei, con larga mano
Le sue grazie dispensa.

Il senso del tragico, per quanto di paese, è lo stesso della Grecia – stavolta della Magna – che del destino fa l’arbitro delle contese, l’unico vero arbìtrio – libero neanche per gli dèi. La colpa è il concetto che, insieme alla volontà, per i Greci non aveva ragion d’essere e che per i cristiani è invece il luogo di ogni soluzione e afflizione; Capuana mette in scena, allora, la Sicilia greca – ché altra non vi fu mai, forse: la malìa è il destino più funesto. Così, infatti, Nino a Jana (Atto Terzo, Scena I):

Povera creatura sventurata!
Chi vi cantò alla culla un tal destino!
La vostra volontà, no, non c’ è stata!
Fu opra di malia! Fu rio destino.

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