Cervelli fuggenti. Per il movimento studentesco

Ogni tanto, di fronte ad avvenimenti sociali e politici degni di scandalo, ci si ri-unisce – e questo è bene. Ma se per seguire un motto (“ …unitevi!”) allora si tenga a mente che si è vittime di un ingenuo fraintendimento dettato da indottrinamento. Alla fine di un testo che raccoglie in antologia alcuni scritti del noto etologo, Konrad Lorenz afferma che sono sette i modi in cui “la nostra cultura” starebbe portando avanti il proprio suicidio. Il settimo è costituito proprio dall’indottrinamento. Egli, pensando alle grandi disattenzioni del mondo politico e sociale alle più basilari emergenze planetarie, scrive:

Questa irresponsabilità dei responsabili non è dovuta al loro essere stupidi o immorali. ma al loro indottrinamento. Questo può essere considerato il pericolo pubblico numero sette; fondamentalmente identico alla superstizione, è mimetizzato da una terminologia pseudo-scientifica e cresce velocemente col numero assoluto di persone che possono essere influenzate dai cosiddetti mass-media. La funzione di ogni dottrina, come dice Philip Wylie, è di spiegare ogni cosa. Dove impera una dottrina, se n’è andata ogni possibilità di verità e, con questa, ogni speranza di un consenso intelligente1.

Precisiamo: la ricerca della verità prefigura già lo scorgere di un indottrinamento, figlio illegittimo dell’utopia – e «l’Utopia realizzata è il cimitero»2 – così come la speranza di un siffatto consenso. La questione è quindi doppiamente posta: se è già indottrinamento sperare in qualcosa come il consenso intelligente su un proposito, figurarsi se lo è quel sistema con presunzione di esaustività. Quella sopra accennata “riunione” è forse figlia legittima di indottrinamento? Questo il rischio-quasi-fatto. È ‘quasi-un-fatto’ perché abbiamo detto quanto sia facile per un proposito coltivare speranze, ma è al tempo stesso un ‘rischio’ perché – continua Lorenz – ci sono «giovani in rivolta (…) i migliori [dei quali] sono splendidamente liberi da ogni dottrina; sono anche desiderosi di una giusta causa per cui combattere e di veri ostacoli da superare»3 come in un gioco a punti. Questo gioco serissimo è la vita. La vita sociale. Suggerisco la lettura dell’intero scritto – nel quale Lorenz discute ampiamente del rapporto tra generazioni (i giovani rivoluzionari e gli adulti censori e conservatori, in un gioco fazioso quanto fecondo) – perché davvero attuale e forse utile: Lorenz scrive tutto ciò nel 1970, due anni dopo la rivoluzione studentesca di oltre quaranta anni fa. È cambiato tutto tranne la questione di fondo: il rischio-quasi-fatto dell’indottrinamento. Ecco cosa aggiunge nel 1984 il suo allievo Irenäus Eibl-Eibesfeldt:

Vorrei (…) fare rilevare come si comportano stupidamente quei politici che, spaventati di fronte ad auto rovesciate, a vetrine infrante e a negozi saccheggiati, parlano con tono pacificatorio di una «protesta giovanile», come fecero nel 1982 alcuni politici tedeschi. In tal modo vengono messi sullo stesso piano sia i violenti sia coloro che in effetti si oppongono criticamente al nostro tempo, ma lo fanno in modo più civile. Resta purtroppo il fatto che molti di coloro cui è affidata la guida sociale capiscano assai poco dell’uomo4.

Certo la lezione del maestro è stato presa alla leggera: quei politici che per Eibl-Eibesfeldt sono stupidi negli anni Ottanta per Lorenz erano indottrinati negli anni Sessanta. O nel ventennio, cosa probabile, si è verificato un calo preciso e deciso del quoziente di intelligenza della classe dirigente, oppure – come credo – la questione è anche più complessa: la stupidità è dovuta all’indottrinamento. La definizione della prima è data – dipende – da quella del secondo. Prosegue l’etologo in merito a cosa determini tale voluttà – cosa spinga all’utopia: il potere.

L’aspirazione al potere non conosce limiti, al di fuori di quelli che le pone l’ambiente. Nelle piccole società primitive, all’inizio della storia dell’uomo era possibile conseguire un potere solo limitato: al massimo si poteva diventare un capo, oppure un guaritore. La moderna società tecnologica, invece, offre situazioni di potere che superano ampiamente le capacità di immaginazione del singolo. Persino nelle democrazie liberali i rappresentanti del popolo si trovano a dover amministrare somme di denaro tali che la loro capacità di valutazione non è più all’altezza. Chi si meraviglia poi se questi sperperano i miliardi o se addirittura ammassano armamenti per una distuzione totale? Essi aspirano al potere, e un’autolimitazione non rientra certo in questa aspirazione; si tratta infatti di una pulsione (o istinto) «aperti». Un atteggiamento critico nei confronti delle autorità è oggi per tale motivo più importante che mai, e non si dovrebbe sorridere malignamente dei falliti tentativi degli «antiautoritari» attivi alla fine degli anni sessanta; si dovrebbe invece analizzarli criticamente come un simbolo del nostro tempo, per trarne insegnamenti5.

Come se la storia avesse mai insegnato qualcosa. «Magistra vitae» ebbe a scrivere Cicerone della storia: certo, ma nel senso che la storia, scritta dai vincitori, fornisce il modello da seguire nella vita – vincere, per non essere dimenticati. I più grandi frust(r)atori della storia sono stati i più frustrati dal timore di restare sconosciuti ai posteri. Dagli anni Ottanta ad oggi si parla di “fuga di cervelli”, quantomeno in Italia6. Se è vero che l’indottrinamento è un pericolo ancora incombente – sarebbe assurdo credere il contrario – e se è vero al tempo stesso che queste fughe aumentano, sarà vero anche che quelli che rimangono indottrinati in Italia non sono neanche cervelli, ma contenitori – vuoti. E i cervelli che restano? Sarebbe auspicabile che si riuniscano senza fraintendimenti: il fraintendimento cui si accennava all’inizio è quello del motto rivolto ai proletari ma fatto proprio dalla prole. Quel che vale per i padri non può valere per i figli: altrimenti saremmo in un ‘mondo capovolto’.

Note
1. K. Lorenz, L’ostilità tra generazioni e le sue probabili cause etologiche, in Id., Lorenz allo specchio, a cura di R. I. Evans, trad. it. di C. Piccoli Dal Maso, Armando, Roma 1977, pag. 207.
2. A. G. Biuso, Antropologia e filosofia. Elementi di propedeutica filosofica, Guida, Napoli 2000, pag. 141.
3. K. Lorenz, cit., pag. 207.
4. I. Eibl-Eibesfeldt, Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento, trad. it. di R. Brizzi e F. Scapini, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pag. 261.
5. Ivi, pag. 209.
6. Mi ricordo di un articolo di Ugo De Berti sulla rivista “D” dell’ottobre 2005 dal titolo “Cartoline dai cervelli in fuga”, al quale rimando.

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3 Commenti

  1. Cateno
    Pubblicato 14 maggio 2009 alle 11:09 | Link Permanente

    Eccezionale, caro Davide!
    Pensa, proprio stanotte ho sognato Horkheimer ed eravamo io, tu, Giovanni ed Emilio Sanfilippo a fargli domande anche sul ‘68! Mah!

  2. Pubblicato 14 maggio 2009 alle 11:50 | Link Permanente

    Grazie Ceteno! Mi sono risvegliato insiame al mio sito dopo il lungo parto. Di questo solo tipo è il parto che posso permettermi e che solo consento: parti di scritture. Un abbraccio.

  3. Antonio
    Pubblicato 14 maggio 2009 alle 12:30 | Link Permanente

    Post non privo di interesse e con una chiusa non disprezzabile. Insolitamente condivido quello che dici, che in parte sarà anche oggetto del mio secolare parto.

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