Il garbo di uno spiritello (uno spirito particolare, anzi individuale) contempla manicare insieme ai propri simili. Dico di uno spiritello perché indico un interesse di una coscienza nei confronti della questione (mangiare, cioè, insieme o no): si tratta di un filosofo, insomma. Un non filosofo, per dir così, non prende parte allo Spirito, quindi non può essere uno spiritello. In ciò il filosofo si accosta al morto. Si accosta, ma ancora si nutre. E lo deve fare gemeinsam: «Solipsismus convictori definisce Kant l’atteggiamento di chi prende i pasti da solo, sottolineando la sconvenienza di tale abitudine per il filosofo, che non può lasciare alcun momento della sua vita alla degradazione di un piacere fine a se stesso» (così scrivono in Storia della felicità, p. 487). La maniera garbata è per Kant lo stimolo della virtù. Allora non basta che si sia in compagnia – bisogna simposiare con grande maniera, con stile. Perché la forma è la matrice del comportamento, almeno tanto quanto l’abitudine è l’ordine dell’etica.
Gemeinsam essen
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12 Commenti
Benissimo, o egregio! Lauti pasti e pantagruelici discorsi: insomma il filosofo è ventriloquo. Lieto colui (e fortunatamente sono un cotal colui) che può banchettare e discettare con compagnia quale la nostra. E le donne son bandite dal simposio. Certo, a meno che non siano – flautiste.
Certamente.
Mi accodo pecorescamente al commento di Cateno, fuorchè sul punto capitale del suo lapsus misogino. Un suggerimento da saputello: si crive “gemeinsam essen” (l’infinito sempre alla fine, o quasi sempre, comunque mai all’inizio se non è inteso come sostantivato).
Grazie Antonio – avevo pensato all’ordine delle parole e so che posso scegliere cosa ‘accentuare’ e ho scelto di sottolineare l’oggetto in questione prima che il modo.
Capisco le tue intenzioni, ma il tedesco non permette questa specifica libertà, mentre in altri casi puoi scegliere la posizione delle parole in base all’importanza che vuoi attribuire alle cose significate.
Ho corretto il titolo. Intanto leggo che secondo Kant «si deve essere da soli per pensare; si ha bisogno di compagnia per gustare un pranzo» (H. Arendt, La vita della mente, p. 560).
Ancora più precisamente: «Se le questioni etiche e morali sono realmente ciò che indica l’etimologia delle parole, cambiare i mores e le abitudini di un popolo non dovrebbe essere più difficile di quanto non sia cambiare le sue maniere a tavola» (Ivi, p. 272).
Ora che ci penso, come fai ad avere quel libro? Nell’anno in cui tu eri ancora aspirante ingegnere, un docente lo mise in programma. Indovina chi.
Non saprei. Chi? (Comunque, ce l’ho perché l’ho voluto.)
Un moralista. Un pezzo grosso.
(Hai un plugin per la cache? Riesco a visualizzare questo commento soltanto adesso…)
Ho capito.
(Non so di che parli. Il mio commento intendi dire? No, perché io ‘mi sono approvato’ con netto ritardo!)
(Ah. Ecco perché aveva una data prossima al mio ultimo commento, ma per almeno due giorni non ebbi modo di leggerlo!)
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[...] blaterare anonimo, inconsulto e quasi d’obbligo per quanti si ritrovano, volenti o nolenti, a condividere il desco. Purtroppo i cavi orali restano sovente vacui, e allora è zampogna – gote empi(t)e di grossi [...]
[...] a tavola si dovrebbe conversare di filosofia l’abbiamo detto. È vero anche, però, che proprio a tavola si può – basta volerlo – decidere di interrompere [...]