Chi ha paura del comunismo?

Lo scienziato, naturalmente. Di ogni tipo: lo scienziato della comunicazione, lo scienziato dell’economia, lo scienziato della politica, lo scienziato della società, persino lo scienziato paradossalmente detto ‘teorico’ – cioè tanto il fisico quanto il filosofo della scienza che lo (in)segue. Per capirlo basta leggere due scritti, il primo in rete: «Who’s afraid of Communism» di Giuseppe Raciti (2010); il secondo solo in parte: Il pensiero ermafrodita della scienza di Franco Soldani (2009). Se dal primo apprendiamo che ‘comunismo’ altro non è che l’indistinzione di teoria e prassi (in senso politico, in senso epistemico, in senso filosofico insomma), dal secondo evinciamo che questa distinzione è invece assolutamente e costantemente presente in ogni ‘teoria scientifica’ che sia degna di tale nome e a ogni scienziato che tale intenda definirsi.

A detta di Soldani, in generale, «lo scopo di ogni ideologia non è quello di spiegare la realtà, bensì quello di vietarne la comprensione» (p. 15). Tanto meglio, a questo punto, quella filosofia che si disinteressa della comprensibilità – e della sua presunta necessità retorica (quanto di più buffo si possa pensare). Che è tutt’altro conto rispetto ad operare attivamente perché non si comprenda nulla, come alcuni idioti (gente, cioè, che non dovrebbe avere diritto di parola in società) hanno detto di testi ‘difficili’ come, ad esempio, quelli di Heidegger.
Insieme alla scienza, la filosofia della scienza «si assume anche, non richiesta, una sua propria funzione ideologica ancillare quando presenta apertamente la scienza come sapere neutrale, conoscenza avalutativa, pensiero super partes, e insomma ne celebra al di sotto dell’apparente esame critico, che così si rivela essere solo la foglia di fico di una sostanziale apologia» (p. 28). Sembrerebbe sulle prime che Soldani desideri fare a meno non solo della filosofia della scienza, ma della filosofia stessa – ma non è proprio così: Soldani in fondo desidera una scienza con uno spirito filosofico, spirito che però essa ha perso ormai da diversi secoli. In «quell’impero dei paradossi che è oggi la scienza ufficiale», «la mancata osservanza del criterio di non contraddizione» (p. 124) fa sì che la scienza divori sé stessa «come nel più classico dei miti» (p. 125). Tuttavia il castello viene tenuto in piedi. A ben guardare, «la formula iniziatica più tipica delle Scritture, all’inizio era il Verbo, esprime bene […] il fatto che è l’osservatore, il soggetto che ha redatto lo script e dato forma leggibile al suo pensiero, la fonte e l’origine di ogni cosa e di tutti i sottili distinguo» (p. 162) messi in opera dalla scienza. «Il suicidio in fin dei conti, faceva notare Marx, è contro natura. Questo divieto vale anche per la scienza nel suo complesso» (p. 127). Da ciò il suo ermafroditismo, «tanto perché partorisce da sola, con pura materia cognitiva, le spiegazioni delle proprie interpretazioni e del suo intero universo di conoscenza, quanto perché contestualmente secerne dall’interno dei suoi sistemi d’idee la fittizia, ma efficacissima, presentazione di se stessa come scoperta delle leggi di natura, dimostrazione dell’ordine ontologico del mondo, comprensione della materia, descrizione razionale dell’universo e addirittura della realtà ultima dell’intero creato» (p. 218), in fin dei conti in maniere non dissimili dalle formulazioni teologiche. Una parafrasi di Hegel riassumerebbe tutto lo statuto scientifico occidentale: «quale migliore potenza spirituale di quella che sparisce mentre s’impone?» (p. 144).
Secondo questa sorta di ‘controstoria’ della filosofia della scienza, l’«alternanza dei paradigmi non ha mai avuto luogo» (p. 95), come detta la legge di Tomasi di Lampedusa. Neanche grazie a quello dell’autopoiesi, tanto ‘rivoluzionario’: «il vecchio cliché funziona oggi ancora molto bene nell’assicurarne l’egemonia concettuale e non v’è dunque alcuna ragione impellente di abbandonarlo o di mutarne lo status ufficiale» (p. 129). Tant’è, per Soldani.
Con toni apocalittici, Soldani afferma che lo scopo della scienza consiste nel «poter manipolare la materia divenendone signori» (p. 65). «La scienza, infatti, ragiona come il capitale funziona» (p. 215). Insomma, «la scienza è del tutto funzionale alla intrinseca logica di espansione dei dominanti attuali» (p. 133). Suo interesse è «la protezione del capitale e la legittimazione dei suoi processi di riproduzione globali. La scienza è sempre stata, sin dai suoi esordi, la più potente macchina intellettuale mai inventata dal modo di produzione capitalistico nell’ambito dei sistemi di conoscenza per assicurarsi una, e tutelare nel contempo la sua, salda presa culturale sull’insieme della società e financo all’interno della singola mente individuale» (p. 134).
Il nesso capitale-scienza è allora figlio di quello hegelismo ‘alla rovescia’ che fa della politica un mondo distinto da quello della filosofia – è figlio cioè del marxismo. E questo, in qualche modo, lo afferma lo stesso Soldani. «Bisognerebbe, in ogni caso, – conclude infatti Soldani – guardare il mondo con altri occhi e abituarsi a vivere dentro la mente come se fosse l’unico nostro milieu naturale» (pp. 223-4). Ciò significa, molto semplicemente, che non viviamo che di soli prodotti della mente, che al di fuori del contesto ‘culturale’ generalmente inteso l’uomo non sopravvive un istante, che cercando di cogliere la natura non facciamo altro che scoprire i nostri limiti culturali – altro che regioni remote della galassia o la ‘vera essenza delle cose’. L’essenza delle cose sono le cose mentre noi le osserviamo – è il movimento della cosa una volta saputa. Sapere è agire sulla cosa: pensarla significa innescarla. In ciò consiste l’indistinzione di teoria e prassi. Questo è «guardare il mondo con altri occhi» – guardarlo con gli occhi disincatati non dai miti («parole senza fatti») ma dalle ‘cose stesse’ (il paradosso dei ‘fatti senza parole’).

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