Text ohne Zeit

I libri che possediamo ma che ancora attendono di essere letti è come se, nel maturare la loro attesa, crescessero, dilatassero fino a risultare inzuppati, almeno un po’, di cose davvero interessanti per noi: letti troppo presto, sarebbero meno zuppi, meno interessanti. Ogni libro è fuori dal tempo, ma noi che li leggiamo siamo dentro il tempo, ne siamo fatti (pur troppo); ecco allora che per noi ogni libro ha il suo tempo, che è il nostro. Libri invece mai letti che, solo guardando la loro copertina tra i nostri scaffali, perdono d’interesse ai nostri occhi, diventano pian piano oggetti d’arredo che presto o tardi toglieremo da lì ma solo perché non sappiamo quanto ci interesseranno fra vent’anni. Tutti i libri che possediamo ci spettano, perché ci aspettano; e lo fanno finché non siamo in grado di leggerli. L’attesa reverenziale che ci distanzia da un libro ce lo rende ogni giorno più vicino, perché dilata, ingrossa, s’inzuppa per noi: la sua spazialità intrinseca incontra la nostra estrinseca temporalità, fino a che, per quanto ingombra, non ci tocca e noi, gonfi d’attesa, siamo pronti a leggerlo: un libro dilata al pari di chi lo aspetta.

Prendiamo ad esempio l’ultimo libro che ho letto. Oramai sono passati alcuni anni e non ricordo più la circostanza che mi portò ad acquistare Il testo del tempo di Aldo G. Gargani (edito da Laterza nel 1992, pagine plastificate, collana delle “Lezioni italiane” con copertina tutta bianca), ma probabilmente perché mi interessavo del “tempo”. Oggi mi interesso del “testo” ed ecco che il libro, tanto atteso su uno scaffale, mi attrae di nuovo e non mi delude più come m’avrebbe deluso anni fa — il testo del tempo aveva fatto il suo tempo, per me. Ci trovo dentro alcune cose interessanti davvero, cose che hanno trovato il loro spazio in quel volume, cose che sicuramente non c’erano prima che le leggessi, cose che hanno un senso dilatato che prima era raggrinzito. Andiamo a pagina 132 (e 133), si parla della realtà: “realtà” «significa ciò che resta nonostante le nostre parole, nonostante i nostri pensieri, nonostante le nostre rappresentazioni. Il linguaggio che si riferisce alla realtà più di ogni altro è il linguaggio che fa tacere la parola perché alla fine una realtà si mostri; il linguaggio motivato, anziché il linguaggio narcisistico e isterico dell’accademia, è il linguaggio che non pretende di identificarsi con la realtà, ma che rispetta lo scarto che sussiste tra sé e la realtà. Tale è il linguaggio che, invece di descrivere e raffigurare la realtà assorbendola e divorandola nella propria rappresentazione, piuttosto si esprime perché alla fine una realtà si dia. Il linguaggio nei suoi usi motivati, e non semplicemente strumentali, è, come accade nella poesia, l’espressione della nostra reverenza di fronte alla realtà».

Chiamiamola pure narcisista, ma proprio per questo l’accademia affascina (la sua realtà è affascinante solo se ignorata): solo il narcisismo di Gargani, ordinario di Estetica a Pisa, poteva concepire un tale sprezzo per l’accademia non “narrativa”, un tale disinteresse per ciò che si è studiato per tutta la vita; grazie a quel fascino, la stessa accademia può partorire lo sprezzo opposto — come quello espresso nell’Epifilosofia di Giuseppe Raciti, associato di Teoretica a Catania (questa filosofia “che sta sotto” sta alla fine di Un’ordinata ambiguità. Per una genealogia dell’anarca, edito da La Finestra nel 2006, con una copertina tutta nera): «Come realtà la scrittura non stabilisce alcun rapporto con la realtà. Se lo facesse, sarebbe altra cosa dalla realtà. Così la scrittura non deve neppure spiegare la realtà, ma ignorarla. Il pensiero reale, cioè scritto, ignora la realtà perché ne fa parte. La complessità della realtà è data da tutti i pensieri che, ignorandola, la dilatano». Non serve dire altro. Credo che uno dei due libri, quello bianco, non lo leggerò mai più: ho estinto il mio debito con lui. L’altro, invece, lo rileggerò sempre: il nero si sperimenta ogni volta che manca la luce, e di questi tempi la luce va e viene continuamente.

12 pensieri riguardo “Text ohne Zeit

  1. Senza dilungarmi troppo sui contenuti degli ultimi due paragrafi, mi soffermo sull’osservazione iniziale, dicendoti che comprendo perfettamente il senso delle tue parole e l’ho sperimentato diverse volte in questi ultimi periodi.
    Testi che vengono ingravidati dall’attesa e che si ritrovano liberi di partorire i propri frutti (e di cederli a terzi come i pinguini! :°D) solo dopo una determinata durata di gestazione, che in realtà non siamo né noi né loro a decidere, semplicemente accade.

    Un saluto sig. Dell’Ombra!
    Alexis

  2. La contrapposizione tra le due citazioni non mi pare scontata, perché mentre nella prima si parla di linguaggio, nella seconda di pensiero, sebbene anche di scrittura, ma di scrittura come proprietà del pensiero. Cioè: non è totalmente esclusa, a mio avviso, una posizione in grado di inglobare entrambe le tesi.

    Se invece le cose stessero come tu proponi, cioè dualismo realistico nel primo caso (libro bianco), antirealismo nel secondo (libro nero), allora permettimi di fare alcune osservazioni. Tipicamente i filosofi sono propensi a ritenere plausibile l’idea che non tutti i pensieri siano buoni, ritenendo che alcuni siano buoni, altri meno buoni, altri cattivi. Ciò pone il problema della normatività, dei criteri cioè che dovrebbero informare quei giudizi. Prenderei molto sul serio quella contrapposizione, più di quanto non sia in genere disposto a fare, nella misura in cui mettesse capo a differenti criteri di normatività. Ciò però sembra non accadere: non esiste una scienza conforme ai principi del realismo e una scienza alternativa conforme ai principi dell’antirealismo. Allora la differenza sembra nel modo di rappresentarci quella normatività. Vado convincendomi che la scelta tra realismo e antirealismo sia più una questione pratica che una questione teoretica, in un modo analogo a quello per il quale è in qualche modo pratica per Kant la scelta o meno della tesi dell’esistenza della libertà della volontà. La differenza tra le due posizioni è pertanto, a mio modesto parere, riducibile alle diverse disposizioni d’animo che produce, perché se si volesse argomentare teoreticamente, avremmo da un lato le difficoltà tipiche del realismo, dall’altro delle petizioni di principio, dal momento che l’antirealista non può dire al realista: “le cose STANNO come dico io”.

  3. Non c’è assolutamente nulla di antirealistico nella affermazione che i pensieri scritti sono reali come le altre cose del mondo. Per me sono reali anche quelli non scritti, se è per questo; e non penso che nel libro bianco sia affermato il contrario, e cioè che i pensieri scritti non siano reali. Se la contrapposizione non è quella tra realismo e antirealismo, allora non capisco dove possa essere vista? Qual è la proposizione (almeno una) su cui hai visto divergere le due citazioni, a tal punto che non leggerai mai più il libro bianco e sempre il libro nero?

  4. Se è vero da un lato che le cose stanno come io penso che stiano, e cioè che antirealismo (ho usato questo termine generico perché ci puoi mettere l’idealismo, il fenomenismo, il coerentismo etc.) e realismo siano piuttosto atteggiamenti pratici nei confronti del mondo e degli altri, come peraltro la retorica ravvisabile in entrambe le citazioni testimonia in qualche misura, dall’altro penso anche che condivisi esclusivamente siano tossici per l’anima (almeno tanto quanto il fascino per l’accademia): pensa al sentimento di gioia manifestato da Russell nella sua autobiografia quando parla della sua liberazione dall’idealismo; ma d’altra parte è pure vero che la consapevolezza della autonomia del pensiero può suggerire una sana audacia nella ricerca, magari nelle sfere più astratte del sapere. ciao

    1. Non condivido la definzione di «antirealismo» per l’idealismo (basterebbe studiarlo meglio), ma mi rallegro per Russell. A presto! :-)

  5. Cercherò di studiarlo meglio, ma la nozione di realtà inglobata nella definizione di antirealismo è quella di realtà esterna al pensiero (occorre specificarlo?). L’antirealista in generale afferma che la realtà esterna non è rilevante ai fini della normatività del pensiero. è chiarissimo che se ci si muove in una prospettiva in cui la realtà esterna non esiste, se cioè si è idealisti, allora si è anche antirealisti a fortiori, non pensi?

  6. Ti assicuro che l’idealismo non nega l’esistenza della realtà. Hegel, ad es., è tutto fuorché un antirealista. Ma non mi riferivo a te quando dicevo che basterebbe studiarlo meglio!

  7. No, certo, non nega l’esistenza della realtà, ma nega l’esistenza della realtà come altro dal pensiero. Quando in generale si parla di antirealismo si parla di una posizione opposta al realismo dualistico o ingenuo (o come altrimenti lo si voglia chiamare), almeno per quanto io ne sappia. Poi si può anche dire che l’idealismo è la forma più autentica di realismo e roba del genere…

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