Res publica

«Per incidenza: il signor capitalista, come pure la sua stampa, è spesso insoddisfatto del modo in cui la forza-lavoro spende il suo denaro […]. A tale riguardo egli filosofeggia, biascica di cultura e fa della filantropia», perché vuole che la sua forza-lavoro diventi un «consumatore razionale» (K. Marx, Il capitale, libro II, tomo 2, trad. di D. Cantimori, ed. Rinascita, 1953, pp. 177-178). Il segreto dell’«anima bella» del capitalista consiste perciò nello sfruttamento ulteriore dello stesso operaio, nel vendergli il prodotto da lui stesso fabbricato, del quale non ha affatto bisogno (cfr. ivi, pp. 178-179); si tratta della pubblicità, l’«anima del commercio», o sia della schiavitù. Viene da domandarsi cosa, a questo punto, sarà della repubblicità di uno stato.

«Il denaro ha apportato un vero compendio di tutte le cose; onde è accaduto che la sua immagine suole occupare in sommo grado la Mente del volgo, perché la gente volgare non può immaginare alcuna specie di Letizia se non con l’accompagnamento dell’idea della moneta come causa. […] Ma quelli che conoscono il vero uso della moneta e regolano la misura della ricchezza solo sul bisogno, vivono contenti di poco». Così Spinoza, Eth. IV, App. capp. 28-29 (trad. di G. Durante, ed. Bompiani, 2007, pagg. 565-567). Il bisogno è però spostato a piacimento dal capitalista, l’odierno maestro delle «artes lucri».

2 pensieri riguardo “Res publica

  1. Proprio stamattina che leggo questa tua nota guarda cosa ho sotto gli occhi per studio: “Mentre nella fase primitiva dell’accumulazione capitalistica «l’economia politica non vede nel proletario che l’operaio», che deve ricevere il minimo indispensabile per la conservazione della sua forza-lavoro, senza mai considerarlo «nel suo tempo libero, nella sua umanità», questa posizione delle idee della classe dominante si rovescia non appena il grado d’abbondanza raggiunto nella produzione delle merci impone una ulteriore collaborazione da parte dell’operaio. Il quale, improvvisamente ripulito del disprezzo totale chiaramente espressogli da tutte le modalità di organizzazione e di sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno, al di fuori di questa, sotto il travestimento del consumatore, trattato apparentemente come una persona di riguardo, con una premurosa cortesia. Allora l’umanismo della merce si prende cura del «tempo libero e dell’umanità» del lavoratore, semplicemente perché ora l’economia politica può e deve dominare queste sfere in quanto economia politica. Così «la conseguente effettuazione del rinnegamento dell’uomo» si è presa cura della totalità dell’esistenza umana” (G. Debord, La società dello spettacolo, tesi 43, Baldini Castoldi Dalai editore, 2001,pp. 70-71)

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