Nominato

«[…] leggere è scrivere. Il soltanto lettore è un fuori tema. È un parvenu davanti a un foglio sempre più sbiancato. Ho di-scritto la voce dell’inorganico, dell’inanimato, dell’amorfo, del non resuscitato alla smorfia dell’arte, lasciandomi possedere dal linguaggio e non disponendone […]. Da dove ho cominciato a farla finita una volta per tutte con il discorso. Nessun problema, finalmente: un incipit è di per sé la fine. […] Siamo quel che ci manca, da per sempre. Lo so, mi sa che il nostro delirare in voce è un differire la morte, ché noi si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’essere nel discorso. È strarisaputo che il discorso non appartiene all’essere parlante. Lo so, mi sa: l’essere è il nulla, dunque noi non c’apparteniamo; quando crediamo di esser noi a dire – siamo detti. […] Il dire è la messa in voce, altra da questo o quel pensiero argomentato, voce che perciò dice – nulla. […] Altro non resta che, in tutto abbandono, lasciarsi comprendere dal discorso, senza appunto la nostra volontà di intenzione. […] E non c’è soluzione, perché non basta soltanto non essere ignorantissimi: è non esserci che è indispensabile.

[…] Leggere è dimenticare la scena, abbandonarsi a un passato che non torna; che torna presente proprio perché non memorizzato ma rimemorato nel non ricordo. Leggere è ripartire dal grado zero del rimemorare, riandare a quel passato del presente che è la memoria arcaica di un dire senza volontà, dove ogni contrazione muscolare, ogni spasimo del ricordo personale, ogni parvenza orale è abbandono al sonnambulismo della macchina attoriale. […] È l’armonia sonora ciò che conta, e non mai il contenuto del racconto, il racconto di un fatto che non è mai accaduto fuori dal soffio orale.

[…] A noi tutti conviene – conviene a dirittura – esser sinceri (rischia un bel nulla chi non s’appartiene). Sinceri nel mentire; e così, nell’erranza, veritieri. La verità non esiste. Non esiste per il semplice fatto che c’è dato solo nel delirio del linguaggio nominare le cose, e non conoscerle».

Carmelo Bene, Quattro momenti su tutto il nulla. Il Linguaggio (→).

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