Eccitiamo

«C’è sempre qualcosa di più antico che occorre ritrovare per fare spazio al nuovo. Non per astratto desiderio di originalità o per superstizioso amore delle novità: gli spiriti autenticamente creativi non sono interessati al nuovo; spesso non vorrebbero altro che ripetere la tradizione nella quale si sono formati e che intensamente amano, trasmettere i modelli che ammirano. Ma la vita stessa lo impedisce. Bisogna dare voce al nuovo perché è la vita a esigerlo. Gli spiriti originalmente creativi sono rigorosamente fedeli, non al nuovo, ma a ciò che c’è […].

È l’enigma del reale che pone la domanda e che la rivolge al passato; bisogna ritrovare l’antico, recuperare l’origine, perché l’estraneità del presente si illumini e renda praticabile il futuro. Solo i mediocri trovano pacifico il presente, sensato ciò che comunemente si dice e si fa, poco interessante il passato, sempre sedicente il futuro. Ma anche per loro, come per tutti, una stringente necessità di vita sollecita la memoria e suggerisce la narrazione: chi sei tu? Ecco che bisognerà pronunciare un nome, che subito rievoca antichi possessori del medesimo, cioè antenati largamente sconosciuti; e poi bisognerà indicare luoghi e circostanze, raccontare vicende seminaufragate nell’oblio, cause e ragioni avvolte nella nebbia dell’improbabile, insomma qualcosa che somiglia da vicino alla consistenza di un sogno e che pone, a sua volta, di continuo, la domanda e la necessità di sprofondare sempre più indietro, sino ai confini estremi dell’immemorabile».

Carlo Sini, «Un dialogo in azione», postfazione a: Umberto Artioli – Carmelo Bene, Un dio assente. Monologo a due voci sul teatro, Medusa, Milano 2006, pp. 165-166.

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