Le solite cose

Scienza e tecnica costituiscono quindi una potenza dell’espansione del capitale indipendente dalla grandezza data del capitale in funzione, allo stesso modo dell’aumento dello sfruttamento della ricchezza naturale mediante il semplice elevamento della tensione della forza-lavoro. Questa potenza si ripercuote contemporaneamente su quella parte del capitale originario che è entrata nel suo stadio di rinnovamento. Nella sua nuova forma il capitale s’incorpora gratis il processo sociale compiuto mentre agiva la sua vecchia forma. Certo, questo sviluppo della forza produttiva è anche accompagnato da un deprezzamento parziale dei capitali in funzione. Quando questo deprezzamento si fa sentire acutamente per via della concorrenza, il peso principale ne cade sull’operaio, poichè il capitalista cerca un indennizzo aumentando lo sfruttamento di quest’ultimo.

Così Karl Marx ne Il capitale. Critica dell’economia politica (libro I, tomo terzo, trad. it. di Delio Cantimori, Edizioni Rinascita, Roma 1953, pag. 52). A dispetto di quanto recentemente affermato da Massimo Cacciari, secondo cui il progresso politico avrebbe oggi portato anche in Italia un superamento degli ideali di sinistra al punto da ritenere necessario guardare al di là di schieramenti partitici divenuti ormai obsoleti, in realtà le cose non sono cambiate – in buona sostanza, al di là del fenomeno delle rivolte operaie, quella dell’operaio è ancora una condizione di mera schiavitù.

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Suggestioni #2010

Ho suggerito: Controcultura rap-politica # Il trono di Lucifero # Dove dovremmo andare? 1/2/3/4/5/6/7/8/9/10/11 # Un formato per ogni forma # Concorsi banditi nelle università italiane # di vedere Mann intervistato da Ghezzi 1/2/3/4 # di vedere 11 scene inedite di Heat # l’ultima lettura # la bolognina revolution.

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Res gestæ

Lo spazio e il tempo stanno nella stessa relazione esclusiva di realtà e possibilità: il tempo è l’estensione del possibile, lo spazio è l’intensione dell’impossibile o reale (la cosa, res, è impossibile in quanto cosa; è passibile però di usi – quando cioè è oggetto). La predominanza dello spazio non è logica (semmai illogica), ma linguistica: perché il linguaggio è reale, mentre la logica è possibile (è lo studio del non essere, con buona pace di Parmenide). Oggi il logico indaga le possibilità della lingua, che è il substrato reale (immobile e immoto) dei pensieri. Il pensiero specchia e riflette lo spazio: la speculazione lo riflette distorcendolo. «Lo spazio è la possibilità diventata atto» (A. G. Biuso, La mente temporale, Roma 2009, p. 189) solo se invertiamo lo statuto metafisico di Aristotele e accogliamo la lezione di Heidegger senza stare a sentire quella di Hegel che l’ha scossa: tutti sanno che l’«atto» non può essere la scaturigine di un processo che parte dall’infinita possibilità e si compatta in una frazione di essa (il presente, o l’oggetto spaziale), se non da un punto di vista temporale o possibilistico. A voler trattare la questione in termini reali, l’«atto» non è un verbo fattosi sostanza (un participio passato, o il cristo) ma un sostantivo a tutti gli effetti che traduce nella lingua italiana il cardinale sostantivo filosofico greco. L’«atto» è il principio, non il participio: è la condizione dell’umanità greca, non la partecipazione cristiana all’umanità. Alle condizioni greche (e Hegel sottoscrive), il termine è l’inizio. Stando cioè ad Aristotele – e alla filosofia tutta – non lo spazio è «la possibilità diventata atto» ma, al contrario, l’atto è lo spazio delle possibilità. Sull’atto si fonda il possibile – questo, l’atto fondativo della filosofia. L’atto, l’azione, il gesto: questi i principi spaziali dei nostri pensieri. Atti, azioni, gesta: questi invece i documenti legali del nostro tempo. Un tempo si sarebbe detto: Tempus fluit more humano, spatium stat more divino. Dell’odierna sconfitta, invece, dell’impossibile a vantaggio del possibile e della massima vittoria della realtà virtuale ai danni del sostantivo (il principe ontologico della realtà) nessuno discute, né vuole farlo.

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Captiva

Come la bella Elena di Troia, ogni «cagna» avverte di tanto in tanto l’istinto di fare la tana. E ogni volta scava una fossa.
È pura cronaca (una questione di tempistica).

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Inception o del capitalizzare un sogno

Nell’Iliade (XXII, 199-201), Achille insegue Ettore intorno alle mura di Troia ma

Come uno nel sogno non riesce a inseguire il fuggitivo,
questo non riesce a sfuggirgli e neanche quello a inseguire,
così l’uno non poteva raggiungere l’altro correndo, né l’altro scampare.

Una raffigurazione poetica perfetta di un fenomeno onirico che capita a tutti noi ancora oggi: dopo 2800 anni il nostro ‘inconscio’ non è mutato di un iota. Il sogno e l’inconscio sono la parte dell’uomo che non è soggetta ad evoluzione – rappresentano ciò che rimane della forma umana. E il cinema è, a tutt’oggi, la cosa che più si avvicina ad un ‘sogno condiviso’. Condividiamo sullo schermo qualcosa di così intimo che lo possono vedere e sentire tutti (e il pubblico ‘colto’ è quello in grado di cogliere questo aspetto).

Seguendo il filo di Arianna che lega Blade Runner (R. Scott, 1982) e Matrix (A. & L. Wachowski, 1999) a Inception (2010), Christopher Nolan – non denunciando mai abbastanza la propria ammirazione per la lezione cinematografica di Michael Mann (la riscoperta dell’emotività epica in un contesto antiepico) – è riuscito finalmente nell’impresa (inseguita da dieci anni) di girare un film perfetto: ‘non va aggiunto né tolto nulla’ a quest’opera che rende omaggio al significato di ‘cinema’ oggi: come insegna ancora Mann e prima di lui Kubrick, il cinema colto è quello che riesce a attrarre le masse, distrarle dalla distrazione di massa - la vera pop art. Costi quel che costi.

Aspetto curioso del film è che a suggerire allo spettatore il significato segreto di ‘inconscio’ è, più di ogni altra cosa, la colonna sonora (di H. Zimmer): come rilevo da Youtube, si è operato a partire da una traccia rallentata del motivo di Edith Piaf che nel film rappresenta il punto di collegamento che consente di tornare da un ‘sogno condiviso’ alla ‘realtà condivisa’, traccia che è stata utilizzata come canovaccio per scrivere la partitura della musica che accompagna l’intero film. Per Platone sogna chi confonde l’identico e il somigliante (Resp., 476c 5-7); ebbene, lo spettatore noterà un’affinità – una sorta di ‘somiglianza di famiglia’ – tra il pezzo di Piaf e il resto della colonna sonora e tuttavia resterà una sensazione a fior di pelle, un che di vago e indefinito. Finché, come da un sogno, qualcuno non si sveglierà e riuscirà a ricordare bene cosa è successo.

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