Amleto

Quale meravigliosa lettura è quella di uno dei capolavori di William Shakespeare, la tragedia di Amleto (nella prima edizione del 1603 titolata La Tragica Storia di Amleto, principe di Danimarca). Un’Elettra mascolina sembra esservi rappresentata, solo moderna anziché greca. Dove l’amore per il padre diviene amore per una patria ormai marcia, la quale – alla morte del suo “dolce principe” – è destinata ad essere retta dalla monarchia inglese. Infatti, nelle ultime righe della tragedia, Shakespeare (nei panni di Orazio) consegna il “voto moribondo” di Amleto a Fortebraccio.

E parla anche di un paese – la Danimarca – che rispecchia la natura umana, “schiava delle passioni”:

Queste sfrenate, rozze gozzoviglie fanno di noi la favola e il ludibrio di tutti gli stranieri: ci chiaman ubriaconi e porci, e macchiano di brutti appellativi il nostro nome; e, per la verità, c’è di che sminuir le nostre imprese, pur se condotte nel modo migliore, ledendoci nel nerbo e nel midollo della reputazione. Ed è così che uomini di pregio, a cagione di un vizio di natura, che si sono portati dalla nascita
e del quale non hanno alcuna colpa, poiché natura non fa distinzione d’origine; o per l’eccessiva crescita di qualche lor personale tendenza, che abbatte quanti ostacoli e fortezze possa loro frapporre la ragione; o per certo lor abito di vita che li porta ad esasperare al massimo la forma di plausibili maniere, è così, dico, che in questi individui, segnati dell’impronta di un difetto o da natura o da maligna stella, tutte l’altre loro buone qualità, per pure e limpide che possan essere fino all’estremo della perfezione, appaiono corrotte agli occhi altrui per colpa di quell’unico difetto. Insomma, basta un briciolo di male ad infettare della sua bassezza tutta la nobile essenza d’un dubbio. (Atto I, Scena IV)

Ed ecco Amleto:

È un po’ di tempo che, non so perché, ho perso tutto il mio brioso umore, tralasciato ogni usata occupazione; e ciò grava a tal punto sul mio spirito che questa bella struttura, la terra, mi sembra un promontorio senza vita, questo stupendo baldacchino, il cielo, questa splendida volta, il firmamento, questo tetto maestoso, ingemmato di fuochi d’oro… ebbene, per me non è nient’altro che un odiato pestilenziale ammasso di vapori. Che sublime capolavoro è l’uomo! Quanto nobile nella sua ragione! Quanto infinito nelle sue risorse! Quanto espressivo nelle sue movenze, mirabile: un angelo negli atti, un dio nell’intelletto! La bellezza dell’universo mondo! La perfezione del regno animale! Eppure che cos’è agli occhi miei questo conglomerato di terriccio? L’uomo per me non ha alcuna attrattiva… (Atto II, Scena II)

Condizione che Amleto riconduce alla domanda leibniziana “perché l’essere e non il nulla?”, al dubbio esistenziale (the question). “The question” è “il problema” che – a differenza di quello matematico – non può avere soluzione.

Essere, o non essere… questo è il problema: se sia più nobil animo sopportar le fiondate e le frecciate d’una sorte oltraggiosa, o armarsi contro un mare di sciagure,e contrastandole finir con esse. Morire… addormentarsi: nulla più. E con un sonno dirsi di por fine alle doglie del cuore e ai mille mali che da natura eredita la carne. Questa è la conclusione che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morir… dormire, e poi sognare, forse… Già, ma qui si dismaga l’intelletto: perché dentro quel sonno della morte quali sogni ci possono venire, quando ci fossimo scrollati via da questo nostro fastidioso involucro? Ecco il pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che fa così longevo il nostro vivere in tal miseria. Se no, chi s’indurrebbe a sopportare le frustate e i malanni della vita, le angherie dei tiranni, il borioso linguaggio dei superbi, le pene dell’amore disprezzato, le remore nell’applicar le leggi, l’arroganza dei pubblici poteri, gli oltraggi fatti dagli immeritevoli al merito paziente, quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo potrebbe firmar subito alla vita la quietanza, sul filo d’un pugnale? E chi vorrebbe trascinarsi dietro questi fardelli, e gemere e sudare sotto il peso d’un’esistenza grama, se il timore di un “che” dopo la morte – quella regione oscura, inesplorata, dai cui confini non v’è viaggiatore che ritorni – non intrigasse tanto la volontà, da indurci a sopportare quei mali che già abbiamo, piuttosto che a volar, nell’aldilà, incontro ad altri mali sconosciuti? Ed è così che la nostra coscienza ci fa vili; è così che si scolora al pallido riflesso del pensiero il nativo colore del coraggio, ed alte imprese e di grande momento, a cagione di questo, si disviano e perdono anche il nome dell’azione. (Atto III, Scena I)

Amara anche la riflessione del re fratricida sull’amore:

so per esperienza, come l’amore nasca con il tempo e come, in molto casi, il tempo stesso ne modifichi il fuoco e la scintilla. Dentro la fiamma stessa dell’amore vive un certo stoppino che pian piano la smorzerà. Del resto, non v’è nulla che conservi la stessa sua bontà; ché la bontà, diventando soverchia, finisce per morire del suo eccesso. Quello che noi vogliamo dobbiamo farlo all’atto del volerlo; perché questo “vogliamo” è assai mutevole ed è soggetto a tanti cali e indugi quante son lingue, e mani, e circostanze. E allora quel “dobbiamo” è un desiderio che, simile a benevolo sospiro, ci affligge e insieme ci reca sollievo. (Atto IV, Scena VII)

Sembra di sentire Oscar Wilde quando scriveva che

E’ sempre così nei temperamenti sottili e finemente costruiti: le loro forti passioni devono schiacciarli o ne vengono schiacciate. O uccidono la persona, o ne vengono uccise. I dolori superficiali e gli amori mediocri vivono a lungo. I grandi amori e i grandi dolori sono distrutti dalla loro stessa pienezza. (ll ritratto di Dorian Gray, Einaudi, 2000, p. 213).

Non mancano, tornando all’Amleto, delle sprezzanti battute nei confronti della Chiesa, ma sarebbe meglio dire della religione. Ecco alcuni esempi (nel primo si parla della sepoltura di Ofelia, suicida sebbene il saggio becchino argomenti a rigor di logica che è stata l’acqua a raggiungere la povera ragazza, non lei l’acqua per cui ella non è una suicida; nel secondo è Laerte che insulta il prete che insiste sull’argomento; nel terzo Amleto parla del lutto):

Secondo becchino: Non fosse stata costei nobildonna sarebbe stata seppellita fuori da cristian cimitero.
Primo becchino: Ah, l’hai capita? È una grande ingiustizia che a questo mondo le persone bene abbiano più diritto di annegarsi o d’impiccarsi che gli altri cristiani. (Atto V, Scena I)

Deponetela allora sottoterra, e dalla carne sua gentile e pura possan spuntare le viole! Io ti dico, bigotto sacerdote, che questa mia sorella sarà in cielo un angelo officiante, quanto tu te ne starai a gemere giù in basso! (Atto V, Scena I)

Non è soltanto il mantello d’inchiostro, buona madre, né il mio vestir consueto, sempre così solennemente nero, né il sospirar violento del mio petto, né il copioso fluire dei miei occhi, né l’aspetto contratto del mio volto con gli altri segni e mostre del dolore, ad esprimere il vero di me stesso. Di tutto questo si può dir che “sembra”, perché questi son tutti atteggiamenti che ciascuno potrebbe recitare. Ma quel che ho dentro va oltre la mostra… queste esteriori son tutte gualdrappe, e livree del dolore, nulla più. (Atto I, Scena II)

Leggeri possono apparire (in fondo, lo sono) i riferimenti alla cultura del tempo: l’arte retorica di Polonio è davvero genialmente rappresentata, come anche una nota “sociologica” potremmo dire con le migliori intenzioni:

Orazio, – lo vado predicando da tre anni -, il nostro tempo ha tanto progredito che l’alluce dell’ultimo bifolco s’è tanto avvicinato alle calcagna del cortigiano, da fargli il solletico. (Atto V, Scena I)

Simpatica anche l’invettica contro gli Inglesi che Shakespeare mette in bocca al Primo becchino quando spiega il motivo per cui Amleto, ormai pazzo, sia stato mandato proprio in Inghilterra:

Nessuno se ne accorgerà: laggiù son tutti pazzi come lui. (Atto V, Scena I)

A meno che quel “come lui” indichi la saggezza nascosta… Shakesperare non manca di registrare quella che all’epoca rappresentò una trasformazione dell’arte teatrale di portata storica. Il genio inglese ne parla in questo modo degli attori tragici:

Amleto: Com’è? Son peggiorati?
Rosencrantz: Tutt’altro. Cercan di tenersi al passo; ma c’è, signore, tutta una nidiata di giovinetti, falconcelli implumi, he sanno solo recitare urlando e riscuotono applausi strepitosi. Sono loro che adesso van di moda; e coprono di tanti e tali insulti e di sberleffi i teatri comuni (così essi li chiamano), che molti che veston spada e tocco hanno paura delle lor penne d’oca, e se ne tengono bene alla larga.
Amleto: Che! Davvero fanciulli? Chi li mantiene? Come son pagati? Potranno seguitare a recitare uando, cogli anni, avran cambiato voce? E più tardi nel tempo, e diverranno attori come gli altri – com’è molto probabile che sia, e proprio non sapranno far di meglio -, non se la prenderanno malamente con gli autori dei testi ch’essi recitano, con l’accusa di averli rovinati mettendo loro in bocca tante ingiurie contro quello che poi son diventati? (Atto II, Scena II)

Resta, alfine, la passione di Amleto, il suo proposito che racchiude e sovrasta ogni sua altra pretesa (di cultura, di conoscenza del mondo viaggiando e studiando, di amare, di vivere, di ridere):

Ah, siano sol di sangue i miei pensieri d’ora innanzi, o non sian pensieri degni! (Atto IV, Scena IV)

Intelligenza Artificiale tra psicologia e filosofia

Un’esperienza per me di certo nuova, perché si svolge presso un bellissimo atelier di una brava artista palermitana, Vittor. La Dott. Donatella Ragusa, che ho conosciuto per mezzo delle Cenette Filosofiche e che mi ha gentilmente proposto questa iniziativa, è una neuropsichiatra infantile di Palermo che ha il merito di non accontentarsi degli studi neuroscientifici cercando nella filosofia nuovi modi per interpretare il rapporto tra medico e paziente, tra corpo e mente, argomenti cui lei dedica la professione. Interverrà, tra gli altri, il Prof. Augusto Cavadi, che l’anno scorso ha partecipato al Caffè Filosofico di Sitosophia.
È ora disponibile su Il Tempio dell’Ombra il testo – per quanto ampiamente rielaborato, visto il tempo trascorso nel mezzo, – della mia relazione.

Pan

Incrociando due stupende letture, Saggio su Pan di James Hillman (Adelphi) e Il mondo di Odisseo di Moses I. Finley (Laterza), mi sono immerso per un po’ nella Grecia e nella grecità. Parlerò tuttavia soprattutto del saggio di Hillman, autore citato dal Prof. Alberto Biuso in questo articolo – dove cita anche una mia recensione (lo ringrazio).

Hillman esordisce così:

La nostra cultura mostra due vie alternative di regressione, alle quali è stato dato il nome di ellenismo ed ebraismo; esse rappresentano le alternative psicologiche della molteplicità e dell’unità. (p. 12)

Spiega che non sono queste le uniche alternative per una “rimozione”, un ripensamento dell’Occidente su se stesso; queste sono le più adottate. E indica chiaramente perché una – l’ebraismo – è fuorviante e poco risolutiva per noi:

solo rinforzo per le aride abitudini di una mente monocentrica che cerca di tenere assieme il suo universo con sermoni colpevolizzanti. (p. 14)

Mentre l’altra – l’ellenismo – è la migliore. Spiega così il motivo.

L’ellenismo favorisce il rinnovamento offrendo un più ampio spazio e un’altra specie di benedizione all’intera gamma di immagini, sentimenti e strani principi morali che sono le nostre vere nature psichiche. (ibidem)

Le nostre vere nature psichiche. Meraviglioso: la grecità racchiude le nostre vere nature psichiche – che sono tante, dunque – dense di molteplicità più che di ebraici monoteismi.
Parlando di grecità, parla del mito.

Dietro e dentro tutta la cultura greca – nell’arte, nel pensiero e nell’azione – c’è il suo sfondo mitico policentrico. (…) Questo sfondo mitico era forse meno legato al rituale e agli effettivi culti religiosi che non le mitologie di altre culture superiori. In altre parole, il mito greco serve meno specificamente come una religione e più generalmente come una psicologia, operando nell’anima in pari tempo come lo stimolo e il differenziato contenitore della straordinaria ricchezza psichica dell’antica Grecia. (pp. 14-15)

Per i Greci la tradizione orale dei miti (e ricorro al testo di Finley)

era un’attività della più elevata importanza sociale (e umana), non un’occasionale fantasticheria (…). La materia essenziale della leggenda era costituita da azione, non da idee, formule di idee o rappresentazioni simboliche, ma da avvenimenti, vicende (…). Gli uomini che ascoltavano le narrazioni, in cerimonie rituali, nelle feste o in altre occasioni sociali, vivevano un’esperienza mediata. Credevano implicitamente alla narrazione. “Nell’immaginazione mitica è sempre implicito un atto di fede. Senza la fede nella realtà del suo oggetto, il mito non avrebbe più fondamento.” (Moses I. Finley, Il mondo di Odisseo, Laterza, pp. 11-12; la citazione nel testo è tratta da Ernst Cassirer, An Essay on Man, Oxford University Press, 1944, p. 75)

Gaia curiosità: Finley cita l’opera di Cassirer dal titolo An Essay on Man, mentre Hillman ha scritto An Essay on Pan, tradotto da Aldo Giuliani. Tornando alla grecità da riscoprire, Hillman ribadisce che

Noi ritorniamo alla Grecia allo scopo di riscoprire gli archetipi della nostra mente e della nostra cultura. (Hillman, op. cit., p. 17)

E, più avanti, continua:

Il trattamento accademico del mito in termini di competenze specifiche si risolve in una pletora di teorie del mito e in spiegazioni erronee. (…) I miti sono considerati come esposizioni metaforiche (e primitive) di scienza naturale, metafisica, psicopatologia o religione. (…) Come il mito appartiene più alla theoria che alla pragmatica, così la sua comprensione appartiene all’esegesi, e all’ermeneutica, non all’interpretazione. (…) Soltanto quando il mito è ricondotto nell’anima, soltanto quando il mito assume importanza psicologica diviene una realtà vivente, necessaria per la vita, e cessa d’essere artificio letterario, filosofico o religioso. (pp. 28-29)

Difatti: «Le immagini archetipiche sono parti della natura, e non semplicemente delle fantasie soggettive ‘nella mente’» (p. 63). Così, dal mito si passa al sogno (interpretato da alcuni in senso materialistico, da altri in senso razionalistico e da altri ancora sotto una luce romantica) dacché

Mito e religione non sono riducibili ai sogni, ma quelli e questi hanno la loro origine in qualcosa di transpersonale, in una realtà che non è personalmente umana, anche se è umana in senso archetipico. (p. 44)

È per questo che nel volume l’autore decide di parlare “per immagini”, come avviene nell’attività onirica.

Quando siamo presi dal panico noi non sappiamo mai se non si tratti del primo movimento con cui la natura si appresta a elargirci, se siamo capaci di udire l’eco della riflessione, una nuova visione di se stessa. (p. 53)

Pan è descritto come il Dio della natura in questi profondi passaggi del testo:

In quanto Dio di tutta la natura, Pan personifica per la nostra coscienza ciò che è completamente o soltanto naturale, il comportamento nel suo corso massimamente naturale. (p. 52)
Paradossalmente, le pulsioni più naturali sono non-naturali, e la più istintualmente concreta delle nostre esperienze è immaginale. È come se l’esistenza umana, persino al livello vitale di base, fosse una metafora. Se il comportamento psicologico è metaforico, allora per comprenderlo dobbiamo guardare a quelle che sono le metafore dominanti della psiche. Ciò significa che ocupandoci delle sue immagini archetipiche possiamo apprendere sulla psicologia dell’istinto altrettanto che mediante la ricerca fisiologica, animale e sperimentale. (p. 64)

Ma ad un certo punto della nostra storia, non potendo più “catturare coscienza riflettendo entro i nostri istinti” (p. 58), Pan scompare all’apparire del “nuovo pastore” Cristo, divenendo Diavolo.

Le pietre divennero soltanto pietre – gli alberi, alberi; le cose, i luoghi e gli animali non erano più questo Dio o quello, ma diventarono ‘simboli’ o si disse che ‘appartenevano’ a questo o a quel Dio. (…) Una volta che Pan è mort, la natura può essere controllata dalla volontà del nuovo Dio, l’uomo, modellato ad immagine di Prometeo o Ercole, che crea da essa e l’inquina senza alcun turbamento morale. (…) Quando l’umano perde la connessione personale con la natura personificata e l’istinto personificato, l’immagine di Pan e l’immagine del Diavolo si mescolano. Pan non morì mai, (…) egli venne rimosso. Perciò (…) Pan ancora vive, e non soltanto nell’immaginazione letteraria. Egli vive nel rimosso che ritorna, nelle psicopatologie dell’istinto che si fanno avanti (…) innanzitutto nell’incubo e nelle qualità erotiche, demoniache e paniche ad esso associate. (pp. 58-59)

Queste psicopatologie sono ben rappresentate dalla masturbazione, dallo stupro e dall’incubo, che destano scandalo, in un mondo – quello cristiano – nel quale “quando sono giudicati dalla prospettiva dell’amore, diventano patologici” (p. 118); non a caso, è ampiamente noto uno stretto rapporto tra sessualità e sogno.
Ma è ancora possibile Pan?

La via di Pan può ancora essere ‘làsciati guidare dalla natura, anche dove la natura ‘là fuori’ è scomparsa. La natura ‘dentro di noi’ può efualmente essere seguìta, anche attraverso le città e i luoghi civilizzati, poiché il corpo ancora dice ‘sì’ o ‘no’, ‘non in questo modo, in quello’, ‘aspetta’, ‘corri’, ‘lascia andare’, oppure ‘vai, questo è il momento’. (p. 111)

Ancor più importante però questo mònito:

Non possiamo (…) ripristinare un rapporto armonioso con la natura semplicemente limitandoci a studiarla. E sebbene la nostra preoccupazione maggiore sia ecologica, non potremo venirne a capo soltanto mediante l’ecologia. L’importanza delle tecnologia e della conoscenza scientifica per proteggere i processi naturali è fuori discussione, ma una parte del campo ecologico è la natura umana, nella cui psiche dominano gli archetipi. Se Pan viene represso nella psiche, natura e istinto no npotranno che andare in malora quali che siano i nostri sforzi a livello razionale per mantenere le cose a posto. (…) Senza Pan le nostre buone intenzioni di correggere gli errori passati finiranno soltanto per perpetrarli in altre forme. (pp. 129-130).

L’uomo di oggi si trova di fronte alle stesse domande di Socrate che tentava un dialogo con il “conosci te stesso” delfico.

È come se Pan fosse la risposta alla domanda apollinea sulla conoscenza di sè. (…) E, riconoscendo Pan in tutta la sua pienezza, Pan può dare la benedizione che Socrate cerca, dove interno ed esterno sono una sola cosa. (pp. 128-129)

Hillman tenta dunque, da un lato, un approccio immaginale allo studio della psiche (per mezzo degli archetipi come il mito di Pan) e, dall’altro, una mitologia dello spontaneo – come afferma egli stesso (p. 125) – per mezzo della quale recuperare lo spirito dell’Occidente. A mio avviso, Hillman rappresenta per la psicologia quello che ha rappresentato Nietzsche per la filologia: nè la filologia nè la psicologia possono prescindere dalla filosofia, per un’analisi profonda dei loro oggetti, cioè la storia culturale e la psiche umana.

Naturalismo cognitivo

È stata pubblicata on-line una mia recensione dell’ultimo lavoro di Sandro Nannini, Naturalismo cognitivo. Per una teoria materialistica della mente, Quodlibet Studio (Macerata, 2007) sulla rivista filosofica dello Swif, 2R – Rivista di Recensioni Filosofiche [7/2007].
In essa, sostanzialmente metto in luce gli aspetti positivi del volume (quali la capacità storiografica dell’autore, la semplicità delle forme e l’elevato tenore argomentativo) quanto quelli negativi. Essi probabilmente (schematizzando, con i rischi del caso) sono:

  • un eccessivo pessimismo sulla capacità della filosofia come strumento del pensiero (la si ritiene sterile dai tempi di Aristotele e le si ritaglia la sola funzione di “controllare” il lavoro degli scienziati, senza magari disturbarli troppo);
  • uno scientismo riduzionista che dubita della possibilità razionale (e ragionevole) che la scienza possa modificare i propri protocolli di razionalità, che tanta filosofia cerca invece di rivedere nel puro interesse scientifico – cioè del sapere;
  • non aver risposto alla domanda di Jackson (“Cosa conosce Mary?”) in maniera esaustiva, dunque non aver superato il problema dei qualia, se non liquidandolo affermando che è una finzione;
  • la tendenza – tutta analitica – a confinare il proprio campo di interessi e le proprie proposte ad un pubblico di lettori che sposi appieno la propria causa, gli analitici.

Sarebbe stato più interessante vedere, a mio modesto avviso, un duro confronto tra due schemi (quello analitico e quello – trascurato dal primo – continentale) allo scopo di superare le difficoltà e trovare un modello che possa porsi come “terza via”.
Ad ogni modo resta una lettura imperdibile per la capacità di Nannini di spiegare il punto di vista (sempre più complesso) del riduzionismo contemporaneo.
Delle posizioni di Sandro Nannini avevo parlato a proposito di un confronto con quelle di Alberto Biuso in una recensione su Sitosophia.

Morìa

Già nella Prefazione dedicata all’amico Tommaso Moro, Erasmo descrive il suo Elogio come uno svago per lo studioso di lettere, svago che però riserva delle sorprese per chi voglia intendere certe allusioni: “io ho lodato la pazzia, ma non proprio da pazzo” (Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia, a cura di Tommaso Fiore, Einaudi, 1964, pp. 5-6).

Contro i “retori del nostro tempo”.

E dunque… non meriterebbero questi pazzi da legare, che pur vogliono parere dei Taleti per sapienza, non meriterebbero di essere chiamati maestri di pazzia [morosofi]? (p. 15)

Morìa (oggi «pazzia») è figlia di Pluto, dio della ricchezza; ad un suo gesto,

una volta come oggi, tutte le cose, sacre o profane, si confondono insieme, a suo arbitrio si fanno guerre, paci, imperi, consigli, tribunali, assemblee popolari, matrimoni, trattati, alleanze, leggi, arti, cose serie, cose buffe (auff! mi manca il fiato), in una parola tutte le faccende dei mortali, pubbliche e private… […]; chi invece ha il suo favore, può mandare a farsi impiccare fin anche il sommo Giove, con tutti i suoi fulmini… (p. 16)

Pazzia è simbolo di necessaria sociale ipocrisia.

Senza di me [Pazzia], insomma, nessuna società, nessun vincolo nella vita potrebbe esser gradevole o stabile. Nessuno vorrebbe sopportare un altro, né un popolo il suo re, né il padrone il servo, né la cameriera la padrona, né il precettore il suo alunno, né l’amico l’amico, né la moglie il marito, […] se a vicenda non s’ingannassero fra loro, non si adulassero, non chiudessero un occhio per prudenza, non si adescassero col miele di qualche follia. (p. 35)

E la vita umana che altro è se non una commedia? In questa gli attori escono in pubblico, celandosi chi sotto una maschera, chi sotto un’altra, e ognuno fa la sua parte, sino a che il direttore li fa uscir di scena. […] Tutta la vita non ha alcuna consistenza; ma tant’è, questa commedia non si può rappresentare altrimenti.
[…] Come non c’è stoltezza maggiore di una saggezza inopportuna, così non c’è maggior imprudenza di una prudenza distruttrice. […] Invece è da uomo veramente prudente, una volta che siamo mortali, non aspirare ad una saggezza superiore alla propria sorte. (pp. 46-47)

Insomma, la vita umana, nel suo insieme, non è che un gioco, il gioco della pazzia. (p. 43)

Contro la sapienza.

Oh! se i mortali si astenessero completamente da ogni relazione con la sapienza e vivessero sempre in mia compagnia! Non ci sarebbe alcuna vecchiaia affatto, ed essi nella loro felicità, godrebbero eterna giovinezza!
O non vedete codesti musoni, dediti agli studi filosofici o ad altre occupazioni serie e ardue, già fatti vecchi prima di esser giovani? E’ evidente: per le preoccupazioni, per continuo e violento travaglio dei pensieri, si esauriscono a poco a poco gli spiriti e il succo vitale. (p. 24)

Dunque, fra i mortali, ben lungi dalla felicità si trovano quelli che vanno in cerca della saggezza. Essi sono, si vede, doppiamente dissennati, ché, nati uomini, dimenticando la loro condizione di uomini e aspirando a vivere da dèi immortali, a mo’ dei giganti muovono guerra alla natura, e le scienze son le loro macchine da guerra. (p. 57)

E dopo aver parlato degli sciocchi, la Pazzia esorta:

Su via, ora paragoniamo qual sapiente vogliate con la sorte di uno di questi sciocchi! Immaginate di opporgli, modello di sapienza, un uomo che abbia mortificato tutta la fanciullezza e la giovinezza nell’apprendere mille scienze diverse, sciupando così la parte più gioconda della vita in veglie, affanni e sudori senza fine e neppure pel resto dei suoi anni abbia mai gustato un zinzin di piacere, vivendo sempre parco, povero, afflitto, malinconico, a se stesso ingiusto e duro, agli altri gravoso e in odio, consunto dal pallore, dalla macilenza, dalla debolezza, dalla cisposità [pieno di cispa], per abbandonar la vita anzi tempo, troppo presto sfinito dalla canizie, dalla vecchiaia…; per quanto… cosa può importare in che modo se ne vada all’altro mondo uno che non è stato mai vivo? Ecco il ritratto del sapiente! Che cosa magnifica! (pp. 60-61)

Per farla breve, volgiti a destra o a mancina, fra papi, re, magistrati, fra amici come fra nemici, fra grandi o piccoli, quando c’è danaro si può aver tutto e poiché il sapiente lo disprezza, solitamente viene fuggito a tutta possa. (p. 117)

Tuttavia la Pazzia conclude che

meno uno ne sa e più si compiace di se stesso e più la gente si maraviglia; e allora perché mai dovrebbe preferire la vera cultura, che anzitutto gli costerebbe molto, lo renderebbe più fastidioso e timido, e infine piacerebbe anche meno? (p. 71)

Per la Pazzia i più pazzi sono i grammatici, i poeti, i giureconsulti e i filosofi. I discorsi retorici dei filosofi che governano, per quanto ne dica Platone nella sua Repubblica, sono solo «scempiaggini con cui si può impressionare quel bestione grosso e potente, che è il popolo» (p. 42). Più pazzi di tutti i pazzi sono i teologi. Comincia, la Pazzia, a colpire, da qui fino alla fine del proprio “elogio”, la religione (cristiana), intesa questa stessa come “una forma di pazzia” (p. 131), a cominciare dai vescovi e i cardinali per finire ai papi, i quali sposano anche il bellum; neanche mancano

adulatori forniti di cultura che tale dissennatezza chiamano zelo, religione, eroismo, e han trovato modo di provare che, a stringere un ferro micidiale, cacciandolo nelle viscere del fratello, non si vien meno a quella carità infinita che, secondo il precetto di Cristo, il cristiano deve al cristiano. (p. 113)

Tra l’altro, la Pazzia rileva che nell’Antico come nel Nuovo Testamento si loda sempre l’ignoranza e il disuso della scienza, dal Genesi a Gesù. Non per niente – come ricorda Odifreddi in Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel (Einaudi, 2003, p. 4) – Satana viene detto loico («logico») da Dante (Inferno, XXVII, 61-129), quando il Diavolo – dopo aver dato prova di subtilitas – esclama: «Tu non pensavi ch’io loico fossi».

Addio, dunque: applaudite, state sani, bevete, o rinomatissimi adepti della Pazzia. (p. 138)

«Io sono la mia s’ignora»

Come dare il benvenuto al nuovo anno se non celebrando colui che per me ha chiuso il precedente? Ho spesso citato C. B. perché l’ho da poco scoperto, riscoperto. Lo sto ammirando molto e ho chiuso nella sua “scoperta” il 2007. Di Carmelo Bene intendo mostrare se non qualche misera parte delle sue apparizioni (escludendo le opere teatrali, impossibili da mostrare in questo luogo) e citarne ampiamente alcune espressioni. Rimando, per importanti sottolineature letterarie e filosofiche, al sito del mio caro Cateno Tempio. Trascrivo alcune parti più dense del Maurizio Costanzo Show che il 27 giugno 1994 ospitò Carmelo Bene per un incontro con il pubblico televisivo e la poco amata carta stampata (vi erano molti giornalisti e critici d’arte tra le prime file, oltre che grandi attori di teatro).

C. B. esordisce significativamente rileggendo il tema dell’incontro, “Uno contro tutti”, come “Nessuno contro tutti”; e avvertendo gli “amici” in sala:

Sono venuto qui a rilassarmi. Chi è in vena di polemica, casca male: può andare.

Uno dei “direttori generali dello spettacolo”, Carmelo Rocca, viene menzionato da Costanzo come possibile bersaglio polemico di Bene, il quale risponde così alla provocazione:

Carmelo Rocca è stato il direttore di questo defunto, fantasmatico, allucinatorio Ministero che sopravvive come l’araba [fenice] alla sua demolizione plebiscitaria: è stato abrogato dagli Italiani. Gli Italiani continuano ancora ad andare, sempre, a votare (votano, votano, votano) ma non si capisce perché votino. Per dare un senso a che cosa?

E Costanzo: “Ma quello è un fatto democratico”. Bene risponde:

E quello è il guaio: non risolveranno mai niente con la democrazia. “Democrazia” nel senso di Hobbes, che la chiamava “demagogia”. Fu il primo a chiamarla col termine giusto. […] L’unica forma di governo che garantisca qualcosa è la democrazia, paradossalmente è la più accettabile (se ne occupa Cioran molto bene). Ma vi domando: che cosa garantisce una democrazia che una dittatura non possa garantire? Certo, garantisce qualcosa: l’invivibilità della vita. Non risolve la vita. Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto. Se la democrazia fosse mai libertà. Ma la democrazia non è niente; è mera demagogia. Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai – questo è il discorso di Deleuze sulla letteratura minore, su Kafka – dalla catena di montaggio; non si sfugge mai. L’oppressione della catena di montaggio si fa sentire anche in famiglia, financo nell’amore, nella rivoluzione e soprattutto nell’entusiasmo: non si sfugge alla macchina. Queste non sono ciance (mi rivolgo alla maggior parte, in sala, di imbecilli). […] Ma non caschiamo nel solito sociale, nel mondano, nei dolori privati, pubblici; parleremo di assistenzialismo, magari… Carmelo Rocca, appunto, è il direttore generale dello spettacolo del Ministero del Turismo mancato, poi soppresso dagli Italiani, smaniosi sempre di dare il loro contributo all’urna elettorale (di pianto). […] Rocca disse una volta davanti a Franco Ruggeri:
-”Ma senti, di Carmelo Bene ce ne sta uno solo, chiaramente; gli altri sono tanti.”
-”Ma sono mediocri.”
-”D’altra parte” dice “di te ce n’è uno solo ma se non ci pensiamo noi (noi Ministero, noi spettacolo del governo), se non ci pensiamo noi, alla mediocrità chi ci pensa?
Vi direi: “Meditate”; ma siccome appartiene alla bagar della polemica del sociale, del mondano, allora: “Non ci pensate più. Dimenticate. Non ho detto niente”.

Nel rispondere a qualche domanda, Bene segue un filo logico spesso estraneo al comunicato stampa cui alcuni giornalisti sono abituati e, per questo motivo, spiega succintamente ma paradossalmente la ragione dell’uso di tale logica, in questo modo:

Io mi occupo (e – purtroppo o per fortuna – si occupano di me) solo dei significanti, i significati li lascio ai significati. […] Noi siamo nel linguaggio e il linguaggio crea dei guasti; anzi è fatto solo di buchi neri, di guasti. “Codesto solo – dice l’Eusebio nazionale, cioè Eugenio Montale, però traducendo pari pari Nietzsche – oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” E questo si può dire. Chi dice d’esserci è coglione due volte: primo perché si ritiene Io, secondo perché è convinto di dire; è coglione una terza volta perché è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian significanti, ma sian significati, e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato: “il significato è un sasso in bocca al significante”. Qualcuno ha da obiettare questa definizione? La obietti con i lacaniani, la obietti con Lacan, la obietti con intelligenza, certamente! Ma per me l’intelligenza è miseria. […] È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull’al di là dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!

Quando interrotto, poi, da giornalisti con “l’essere” in bocca con facilità, si irrita scenicamente (quasi che a parlarne possa essere solo chi lo merita):

Non voglio essere interrotto da chi mi rompe i coglioni con l’essere e con l’esserci, non voglio parlare con l’ontologia; abbasso l’ontologia, me ne strafotto: parli col Professor Heidegger, non con me!

Su un certo “sentimento anti-italiano” che sarebbe “l’ultimo snobismo di massa”, risponde così:

Non mi vergogno d’essere nell’equivoco italiota. Non mi interessano gli Italiani, ecco. Qualunque governo, come qualunque arte, è borghese: tutta l’arte è rappresentazione di Stato, è statale. È uno Stato che si assiste fin troppo. “Se no alla mediocrità chi ci pensa?”. La mediocrità, par excellence, è proprio lo Stato. Lo Stato dovrebbe smetterla di governare: si può dare uno Stato senza governo, mi spiego? […] Me ne infischio del governo, della politica, del teatro soprattutto.
[…] Me ne frego di Carmelo Bene, io. Voi no, ma io sì. […] Lo Stato italiano – nelle figure di Franz De Biase, oppure di Carmelo Rocca, oppure della Presidenza del Consiglio dei Ministri – si è sempre abusivamente, incompatibilmente, eccessivamente occupato (si è stra-occupato) del qui presente-assente, di me. Ne ha proprio abusato; non ne posso più di questa haute surveillance. Lo dico da quand’ero ragazzo. Io ho chiesto sempre allo Stato (nei libri, per iscritto, nelle carte da bollo, fuori delle carte da bollo): “Per favore, voglio essere trascurato”; sono “un poeta” da ragazzo, poi sono andato di là dal poeta, ero “un artista”, poi l’arte l’ho riconosciuta borghese e ho visto che l’arte era Carmelo Rocca (infatti lui è “il Grande Ufficiale delle Arti e delle Lettere”)… Troppa attenzione: con Eduardo [De Filippo] e Dario Fo Stato, alla mediocrità (ero pressoché ventenne) abbiamo cominciato una battaglia invocando la chiusura del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, l’abbiamo rimproverato di non trascurarci abbastanza. Oblio dello Stato, oblio di me. L’artista, soprattutto il genio, vuole essere trascurato. Fa di tutto per trascurar se stesso! Già è sfuggito alle apprensioni di sua madre (che non l’ha lasciato suicidare in una pozzanghera, che l’ha sempre trattenuto e fermato), alla fine viene un ministro – proprio poliziotto – che ti si attacca e non smette più. Dico che la mediocrità dei ministri deve campare, deve sopravvivere anche quella (se no, a quella mediocrità dello Stato, alla mediocrità di Stato, “chi ci pensa?”). Lo Stato si occupa della mediocrità della democrazia (cioè a 65 miolioni di Italiani), 65 miolioni di Italiani (da imbecilli, cioè Italiani) votano questo Stato, che è il loro stato di cose, quello che è stato è Stato e quindi non è stato mai. E i fatti non sono se non nella stampa (nelle sue falsificazioni e omissioni). [Citando Derrida:] “La stampa informa i fatti non sui fatti.” […] Non sono boutade, è vero. Non fingo di interessarmi ai problemi della patria, all’Europa. A fare, come dice Derrida, questa “rimpatriata” (che poi Mitterand deve ancora spiegare a Jacques Derrida cosa vuol dire “essere a casa”, “sentire odore di casa” entrando in Europa). Cos’è l’Europa? Di quale colonizzazione si tratta? Di colonizzare noi stessi? Altri? I popoli? Me ne fotto dei popoli, non mi interessa. Tutto quello che sconfina dal sangue e lo sperma, e sconfina oltre, al di là degli orizzonti adolescenti tramontati… ma mi interessava una volta, adesso nemmen quello. […] Io ignoro. Io sono la mia s’ignora. Sono s’ignorante, sono un Signore. Diceva Flaiano, a scuola “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” diventa “Questa collina mi è sempre piaciuta”! Istruzione “obbligatoria”? Ma che siamo in Siberia? Ma perché bisogna istruirsi? Su che cosa? E poi chi deve istruirmi? Lo Stato? E chi è lo Stato? Ma chi l’ha votato questo Stato? Chi l’ha eletto?
[…] Come dice Deleuze, c’è un potere del teatro che è peggiore del potere dello Stato. […] Non sono dalla parte del potere, non ho poteri. Io sono incoerente come l’aere, più dell’aere.

Poi pensa alla sua ri-scoperta di Nietzsche e afferma, tra le altre cose, che:

Bisogna fare di sè dei capolavori. […] Nietzsche è impazzito, ma se l’è meritato. Qui invece di pazzi ne abbiamo fin troppi che non se lo sono sudato, non se lo sono guadagnato. Questo è il discorso. E sono squallidi, mediocri. Come i nostri governanti, i vostri governanti.

Sollecitato a rispondere da un giornalista tedioso, lo ammonisce provocatoriamente che

in teologia si danno solo domande, non risposte. […] Lei non può parlare di Dio con Dio.

Stesso stile anche in questo passaggio:

Fare un forno, in teatro, vuol dire che non c’è nessuno. Quando facevo gli esauriti (quando ero esaurito io), dicevo: “Stasera è un bel forno!” Perché c’era la gente anche in piedi. Da soli è una ressa (come diceva Alberto Savino, “Due uomini fanno appena, oggi, una rissa” di questi tempi ormai in-drammatici e non più tragici). Io ho tanto disappreso. Non vi auguro di disapprendere tanto. Io applico quella agape schopenhaueriana – cioè quella compassione che non è cristiana, diciamo è più stoica, anzi è più gnostica, ecco – nei confronti della maggior parte di voi, meschini.

Poi, verso la conclusione, gli viene sottoposta da un giornalista una sua frase in merito a Totò Riina e Poggiolini. Bene risponde con amarezza.

In questa acquiescenza, in questo nullismo, in questo bagno di omologazione di Stato – purché si accetti al di là del bene e del male, al di là della coscienza applicata, al di là della demagogia democratica, al di là della democrazia in tutti i sensi deprimente e depressa, al di là di nostalgie imbecilli di tiranni etc. – io trovo davvero che Poggiolini e Riina abbiano un magnete, un carisma (o càrisma che dir si voglia) che non hanno tanti condomini della nazione italiana. L’Italia è un condominio di piattume, di piattole rompicoglioni, insensate e squallide. Insignificanti. Non mi interessa il simbolico come linguaggio artistico, non mi interessa la poesia, il poetico, non mi interessa l’anima bella, non mi interessa nemmeno il quotidiano come linguaggio; mi interessa quale linguaggio? Il secondo: mi interessa il patologico. Riina e Poggiolini sono due sommi casi patologici. E in un’epoca che non produce più niente di umano, essi sono forse i due soli uomini degni della mia attenzione. Patologica attenzione, del mio studio clinico, del mio tributo. Tutto qui.

In un interessante – tra gli altri – passaggio, assimila profondamente e precisamente l’osceno al porno, dicendo che

nell’etimo, os-schené [è] “fuori scena”, il porno come eccesso, l’au-delà del desiderio, nevvero? […] Il porno si instaura alla morte del desiderio. Morto, sacrificato l’Eros, l’aldilà del desiderio, quando tu fai qualcosa aldilà della voglia, la voglia della voglia: questo è il porno. È una svogliatezza. Il più grande pornomane, pornografo, è Franz Kafka, non è Sade. […] Io mi considero nel porno. Il porno è il manque, l’altrove, il quanto non è, il quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia, è quanto non “gli tira” (pur tirando, non tira – è stirato, per sempre).

Tirando le somme della serata, Bene grida che

una volta tanto, in questa trasmissione, si sta parlando davvero di cazzate, finalmente. Era l’ora di riconoscere che si parla sempre di cazzate! Questa sera stiamo dicendo che non stasera son cazzate, ma che sempre si parla soltanto di parole, cioè di cazzate. Senza che si offenda il fallo.

Carmelo Bene va visto per cogliere appieno la sua grandezza, che principalmente è quella del comunicatore. Generalmente vincitore delle masse, nel suo caso come comunicatore è troppo rigido con le masse e troppo stufo di esse per essere da esse acclamato, a stento. A stento ricordato, troppo duro e au-delà egli stesso rispetto alla comunicazione, comunicando l’incomunicabile, tentativo vano e faticoso. “Non più stando dove io mi stavo”, miracolo sulla scena.
Nel suo caso, la sua arte è sulla scena e va capita solo vedendone l’opra, non leggendola soltanto. È così che mi commosse la visione di questo “niente”. Meraviglioso niente.

In rete: CB e la filosofia; Non è morto, Bene di E. Ghezzi; CB, la voce di A. Baricco; vscarmelobene.

Postilla (6 giugno 2008). Su GoogleBooks è disponibile un’anteprima di un volume di Fabrizio Ponzetta proprio su questa puntata del Maurizio Costanzo Show, volume composto principalmente dalla trascrizione che qui ho offerto. Il testo si intitola: Carmelo Bene al Costanzo Show: “Occhio zombie che stasera vi spacco il cervello”.