Chi ha paura del comunismo?

Lo scienziato, naturalmente. Di ogni tipo: lo scienziato della comunicazione, lo scienziato dell’economia, lo scienziato della politica, lo scienziato della società, persino lo scienziato paradossalmente detto ‘teorico’ – cioè tanto il fisico quanto il filosofo della scienza che lo (in)segue. Per capirlo basta leggere due scritti, il primo in rete: «Who’s afraid of Communism» di Giuseppe Raciti (2010); il secondo solo in parte: Il pensiero ermafrodita della scienza di Franco Soldani (2009). Se dal primo apprendiamo che ‘comunismo’ altro non è che l’indistinzione di teoria e prassi (in senso politico, in senso epistemico, in senso filosofico insomma), dal secondo evinciamo che questa distinzione è invece assolutamente e costantemente presente in ogni ‘teoria scientifica’ che sia degna di tale nome e a ogni scienziato che tale intenda definirsi.

A detta di Soldani, in generale, «lo scopo di ogni ideologia non è quello di spiegare la realtà, bensì quello di vietarne la comprensione» (p. 15). Tanto meglio, a questo punto, quella filosofia che si disinteressa della comprensibilità – e della sua presunta necessità retorica (quanto di più buffo si possa pensare). Che è tutt’altro conto rispetto ad operare attivamente perché non si comprenda nulla, come alcuni idioti (gente, cioè, che non dovrebbe avere diritto di parola in società) hanno detto di testi ‘difficili’ come, ad esempio, quelli di Heidegger.
Insieme alla scienza, la filosofia della scienza «si assume anche, non richiesta, una sua propria funzione ideologica ancillare quando presenta apertamente la scienza come sapere neutrale, conoscenza avalutativa, pensiero super partes, e insomma ne celebra al di sotto dell’apparente esame critico, che così si rivela essere solo la foglia di fico di una sostanziale apologia» (p. 28). Sembrerebbe sulle prime che Soldani desideri fare a meno non solo della filosofia della scienza, ma della filosofia stessa – ma non è proprio così: Soldani in fondo desidera una scienza con uno spirito filosofico, spirito che però essa ha perso ormai da diversi secoli. In «quell’impero dei paradossi che è oggi la scienza ufficiale», «la mancata osservanza del criterio di non contraddizione» (p. 124) fa sì che la scienza divori sé stessa «come nel più classico dei miti» (p. 125). Tuttavia il castello viene tenuto in piedi. A ben guardare, «la formula iniziatica più tipica delle Scritture, all’inizio era il Verbo, esprime bene […] il fatto che è l’osservatore, il soggetto che ha redatto lo script e dato forma leggibile al suo pensiero, la fonte e l’origine di ogni cosa e di tutti i sottili distinguo» (p. 162) messi in opera dalla scienza. «Il suicidio in fin dei conti, faceva notare Marx, è contro natura. Questo divieto vale anche per la scienza nel suo complesso» (p. 127). Da ciò il suo ermafroditismo, «tanto perché partorisce da sola, con pura materia cognitiva, le spiegazioni delle proprie interpretazioni e del suo intero universo di conoscenza, quanto perché contestualmente secerne dall’interno dei suoi sistemi d’idee la fittizia, ma efficacissima, presentazione di se stessa come scoperta delle leggi di natura, dimostrazione dell’ordine ontologico del mondo, comprensione della materia, descrizione razionale dell’universo e addirittura della realtà ultima dell’intero creato» (p. 218), in fin dei conti in maniere non dissimili dalle formulazioni teologiche. Una parafrasi di Hegel riassumerebbe tutto lo statuto scientifico occidentale: «quale migliore potenza spirituale di quella che sparisce mentre s’impone?» (p. 144).
Secondo questa sorta di ‘controstoria’ della filosofia della scienza, l’«alternanza dei paradigmi non ha mai avuto luogo» (p. 95), come detta la legge di Tomasi di Lampedusa. Neanche grazie a quello dell’autopoiesi, tanto ‘rivoluzionario’: «il vecchio cliché funziona oggi ancora molto bene nell’assicurarne l’egemonia concettuale e non v’è dunque alcuna ragione impellente di abbandonarlo o di mutarne lo status ufficiale» (p. 129). Tant’è, per Soldani.
Con toni apocalittici, Soldani afferma che lo scopo della scienza consiste nel «poter manipolare la materia divenendone signori» (p. 65). «La scienza, infatti, ragiona come il capitale funziona» (p. 215). Insomma, «la scienza è del tutto funzionale alla intrinseca logica di espansione dei dominanti attuali» (p. 133). Suo interesse è «la protezione del capitale e la legittimazione dei suoi processi di riproduzione globali. La scienza è sempre stata, sin dai suoi esordi, la più potente macchina intellettuale mai inventata dal modo di produzione capitalistico nell’ambito dei sistemi di conoscenza per assicurarsi una, e tutelare nel contempo la sua, salda presa culturale sull’insieme della società e financo all’interno della singola mente individuale» (p. 134).
Il nesso capitale-scienza è allora figlio di quello hegelismo ‘alla rovescia’ che fa della politica un mondo distinto da quello della filosofia – è figlio cioè del marxismo. E questo, in qualche modo, lo afferma lo stesso Soldani. «Bisognerebbe, in ogni caso, – conclude infatti Soldani – guardare il mondo con altri occhi e abituarsi a vivere dentro la mente come se fosse l’unico nostro milieu naturale» (pp. 223-4). Ciò significa, molto semplicemente, che non viviamo che di soli prodotti della mente, che al di fuori del contesto ‘culturale’ generalmente inteso l’uomo non sopravvive un istante, che cercando di cogliere la natura non facciamo altro che scoprire i nostri limiti culturali – altro che regioni remote della galassia o la ‘vera essenza delle cose’. L’essenza delle cose sono le cose mentre noi le osserviamo – è il movimento della cosa una volta saputa. Sapere è agire sulla cosa: pensarla significa innescarla. In ciò consiste l’indistinzione di teoria e prassi. Questo è «guardare il mondo con altri occhi» – guardarlo con gli occhi disincatati non dai miti («parole senza fatti») ma dalle ‘cose stesse’ (il paradosso dei ‘fatti senza parole’).

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Le relazioni virtuose

È stata pubblicata on-line una mia nuova recensione di due volumi di Franco Soldani che compongono Le relazioni virtuose. L’epistemologia scientifica contemporanea e la logica del capitale (Uniservice, 2007) sulla rivista filosofica dello Swif, 2R – Rivista di Recensioni Filosofiche [10/2008].
Nella recensione ho cercato di esporre in maniera sistematica il contenuto dei diversi capitoli di cui i volumi si compongono, tirando le somme con delle considerazioni. Prima di vederle in breve, desidero citare delle parti del testo che nella recensione era impossibile inserire. Saranno disposte seguendo l’ordine del libro, in modo da fornire – insieme alla recensione – una panoramica completa della tesi dell’autore.

In altre parole, tutti i punti di vista non afferenti alla scienza la prendono in esame esclusivamente a partire dalle proprie premesse disciplinari, il preordinato set di concetti e presupposti con cui si avvicinano al loro oggetto. Questo predefinito sistema d’idee, in cui sono immersi sin dall’inizio come un pesce nella sua acqua, vieta loro di questionare la scienza perché li obbliga a cercarvi solo ciò che la loro storia e il loro intelletto disciplinare gli impongono di cercare. La prospettiva da cui si guardano i fatti, insomma, è preformata dalla natura dei differenti tipi di analisi e anche per questa ragione non può avere col pensiero scientifico alcun intimo rapporto. (vol. I, p. 14, nota 3)

Il capitale, sin dai suoi esordi, si è ibridato in altre parole con la logica della scienza, dando vita ad un organismo societario del tutto originale e altamente specifico, senza pari nelle altre epoche storiche che ne hanno preceduto l’origine. In questa nuova società, la scienza disegna il profilo interno delle leggi riproduttive del capitale, imprimendo loro una complessa impronta mediata. D’altro canto, il capitale a sua volta preforma mediante caratteri anch’essi estremamente complessi, il pensiero scientifico a cui deve la sua nascita. (p. 24)

O il pensiero critico si differenzia in maniera specifica dalla visione oggi predominante oppure esso è destinato a rimanervi subalterno. In sæcula sœculorum. (p. 31)

[Allora] rimane da spiegare come mai fisici così competenti e con tutte le carte in mano per rendersi intelligibili le cose, non abbiano saputo vedere o riconoscere le impasse che via via prendevano forma entro il loro discorso. Una ragione per tutto ciò deve naturalmente esserci. È questo fondamento determinato, dunque, ad aver bisogno di uno studio attento e approfondito per poter essere compreso. Ad esso va prestata tutta l’attenzione del caso. (p. 79)

Nella misura in cui il sapere scientifico viene presentato soltanto come attività disinteressata tesa a scoprire nella Natura livelli di realtà sempre più profondi, come se lo scienziato fosse un uomo animato da una «curiosità innata» e dalla «sua sete di conoscere ed investigare l’ignoto», la sola cosa che si fa è mettere capo ad un’immagine fuorviante della scienza stessa. (p. 88)

[A questo punto] l’unica alternativa seria resta quella di «comprendere insieme lo sviluppo della scienza e quello della società», mettendo in risalto in particolare il «rapporto fra modo di produzione dominante a livello materiale e produzione di scienza», che sin dall’inizio ha sempre caratterizzato nel pensiero di Marx lo «stretto legame di dipendenza tra l’affermarsi storico del modo di produzione capitalistico, il sorgere della grande industria e lo sviluppo delle moderne scienze della natura». (pp. 88-89)

Tuttavia, è un fatto che la stessa scienza contemporanea ha visto nascere nel proprio seno delle tendenze interpretative e dei veri modelli scientifici – spiegazioni empiricamente testate, cioè, dei fenomeni naturali – i cui concetti disegnano un quadro concettuale completamente diverso da quello tradizionale. Nelle nuove impostazioni infatti, che nella fattispecie [Marcello] Cini riferisce sostanzialmente ai nomi di Gregory Bateson e Ilya Prigogine, affiora un’attenzione per l’analisi dei «sistemi strutturati» che non ha pari nell’altro discorso. Invece di procedere ad una minuta scomposizione della materia alla ricerca dei suoi «componenti ultimi e indivisibili», come se fosse possibile far derivare le proprietà del tutto o intero dalla somma delle sue diverse parti, i nuovi approcci al problema concepiscono un sistema complesso in termini di «catene di causalità circolare». Mentre nel riduzionismo prevale una concezione lineare del mondo, in cui le conseguenze seguono necessariamente dalle premesse ed ogni cambiamento è tautologico, mera apparenza atemporale e quindi reversibile, nel modello in questione si ha la rappresentazione di una realtà in continua evoluzione, in cui la sua struttura complessiva, fatta di sistemi complessi a loro volta integrati tra loro in sistemi di sistemi, è organizzata «in catene circolari di causalità». (p. 101)

Si comprende dunque meglio perché «non sia vero, come sostengono molti scienziati, che solo il riduzionismo conduce alla scienza. Senza la luce di un punto di vista olistico si rischia di restare al buio». Le caratteristiche e le proprietà dei sistemi complessi ci obbligano dunque a concepire il mondo in maniera ben diversa dalla concezione tradizionale. Nell’universo olistico dei sistemi autonomi e integrati, capaci di autoriprodursi entro un rapporto dialettico (in coevoluzione) con il loro contesto, tutte le vecchie categorie del discorso scientifico anteriore vengono di fatto confutate. Il riduzionismo, la logica analitica, la natura lineare dei processi, il nucleo essenziale, cioè, dell’intero programma della scienza moderna, finiscono adesso con l’avere ben poco senso. (p. 129)

[È notorio che] la prova dei fatti – ovvero i test costruiti e gestiti in prima persona dall’osservatore, la forma specifica che questi dà all’esperienza allo scopo di sottometterla al giudizio dell’Essere – ha soprattutto il compito di convalidare o meno la plausibilità di una teoria che per il resto ha preordinato tutto quanto, sia la propria impalcatura concettuale sia le misure e gli esperimenti che dovranno poi in qualche modo confermare o invalidare le sue previsioni. Tramite questa procedura la teoria in oggetto non paragona affatto la sua spiegazione delle cose al responso di un mondo fisico già dato ed indipendente da noi, bensì tramite il «fondo delle cose» mette alla prova la sua attendibilità e la sua coerenza interna, la sua capacità di resistere e di far fronte alla risposta impersonale del fondamento ultimo. Da questo punto di vista, allora, la conoscenza intersoggettivamente comunicabile non riguarda in nulla il reperimento di informazioni sull’Essere, bensì la circolazione di – oppure la controversia tra – eventuali nuove teorie all’interno del sapere scientifico. Entro questa dinamica ciò che muta, cambia e si trasforma, si sviluppa ed evolve, sono unicamente i nostri sistemi di pensiero, ed ogni volta che il “qualche cosa” dice no e resiste alle nostre interpretazioni, quello che si acquisisce non sono nuove informazioni (né in negativo né in positivo) sul reale in sé, bensì soltanto nuove conoscenze sullo stato della nostra conoscenza, in un processo circolare senza fine (avente però la forma di una spirale cognitiva). In questo contesto, si noti, la nostra comprensione della realtà empirica tramite la mente non è più né “forte” né “debole”: consta unicamente dei processi di pensiero che essa attiva per rendersi intelligibile il proprio mondo di riferimento. (p. 227)

[In tal senso] sembra ragionevole supporre che tutte le categorie messe in gioco nel passaggio dalla ragione classica alla teoria quantistica – non località, totalità, entanglement, decoerenza, misurazione, osservazione, e poi ancora realismo fisico vs convenzionalismo, oggettività vs intersoggettività, principio di località vs olismo e monismo, e via dicendo (fino a poter invertire il verso dell’opposizione) – altro non siano state che sofisticate forme d’espressione di un unico problema, stagliatosi già all’interno del pensiero scientifico dell’Ottocento: l’origine di tutta la conoscenza umana, tanto del mondo biofisico così come della società, dall’attività cognitiva della mente. (p. 249)

La scienza infatti può presumere di stare scrutando un oggetto indipendente ed esterno perché essa si occupa di fenomeni naturali – di una realtà fisica complessa accessibile ai nostri sensi: la Natura – che pare ragionevole immaginarci come non creati da noi ed in possesso di un loro status impersonale, anteriore rispetto all’uomo. Solo che nel fare ciò, nel mentre cioè fonda il principio d’oggettività, essa è costretta ad assumere l’esistenza di quello sfondo e quindi a trasformare il suo oggetto in una supposizione congetturale del nostro intelletto. Presupporre un mondo, ritenere ragionevole che esso esista, ed essere obbligati a riconoscerne il carattere ipotetico e convenzionale qui fanno tutt’uno, una sola entità. (p. 354)

Se il pensiero ricorsivo della scienza può dunque immaginare un sostrato naturale come premessa delle sue teorie, ciò è invece vietato a tutte quelle interpretazioni del mondo che hanno la società come proprio oggetto. D’altro canto, nonostante questa differenziazione ed in fin dei conti, a ben vedere le cose, proprio grazie ad essa, entrambe le razionalità hanno in comune la spinta natura autoreferente delle loro rispettive forme di conoscenza, anello di congiunzione questo e persino d’ibridazione che rende l’idea della loro contestuale origine dal capitale forse ancora più seducente di quanto non fosse sembrata in partenza. Se fosse dimostrata in modo convincente, potrebbe infatti render conto della loro parentela immanente, spiegando sia come esse si proteggano da ogni eventuale irruzione conoscitiva dei dominati entro il loro regno o sfera, quale sottile mediazione occulti la loro provenienza dal «principio determinante» della contemporaneità, sia come esse si correlino profondamente ed in modo intrinseco, tanto da poterle considerare di fatto una interna all’altra ed in ultima analisi due diversi modi d’espressione di una sola sostanza. (p. 355)

Come la vita insegna, niente meglio di una reale parentela mette in risalto le insidie dell’apparente concordia. (p. 380)

[Si può dunque dire che] la stessa presunzione di poter «bandire la mente» dal regno della fisica equivale in tutto e per tutto ad assumere nuovamente una decisione epistemologica, è identica concettualmente ad una stipulazione convenzionale ed in quanto tale non si distingue in nulla da un atto gratuito e infondato (vale a dire, calcolato, dettato dal proposito cosciente di un dato soggetto di perseguire dati fini) di origine negoziale e antropomorfa. (p. 397)

In realtà, ci viene ripetutamente spiegato, l’immagine tradizionale della scienza come un sistema di conoscenze che evolve mediante un processo d’interazione tra teoria ed esperienze – come se le seconde semplicemente testassero la prima e questa suggerisse gli esperimenti da realizzare – è in definitiva poco corrispondente ai dati di fatto e sostanzialmente fuorviante. In primo luogo, le due istanze non giacciono affatto sullo stesso piano e la loro «simmetria è illusoria». (vol. II, p. 633)

[Le scienze contemporanee adottano] una strategia avente come proprio primo fine quello di seppellire (e così rendere invisibile) la natura altamente problematica – avversa in primo luogo allo stesso principio di coerenza invocato dalla stessa matematica quale cartina di tornasole dei propri sistemi assiomatici – dei propri fondamenti disciplinari in uno sfondo semicultuale ed in ogni caso non più discutibile, possibilmente indistinguibile dai più. Non è detto ovviamente che questi scopi siano stati perseguiti intenzionalmente dalle correnti scientifiche chiamate in causa. Sta di fatto tuttavia che quegli intenti affiorano continuamente dall’interno stesso dei loro discorsi e si presentano con tutte le fattezze di un dato certo. Se incontrovertibilmente li si incontra ad ogni piè sospinto, una ragione deve esserci per la loro esistenza. (p. 753)

Sepolto nel contesto della conoscenza apparentemente oggettiva e avalutativa, della rigorosa logica della scienza contemporanea v’è dunque, ibridato con essa, un nucleo emotivo (un pathos interno) di forma arbitraria – i famosi valori – discendente dalla stessa storia evolutiva degli organismi e che comunque rappresenta un substrato biologico che accompagna da sempre l’esercizio della ragione. (pp. 770-771)

[D’altra parte] c’è poco da stupirsi del fatto che eminenti biologi, quando si occupano di Marx (le rare volte che lo fanno) incorrano in patenti semplificazioni del suo pensiero ed in vere e proprie distorsioni dei fatti, in fuorvianti presentazioni del suo paradigma. Se Marx si riducese alla caricatura concettuale che viene maldestramente confezionata da questi scienziati, in effetti vi sarebbe poco da dire. Tuttavia, a ben considerare le cose, che s’incorra in tali fraintendimenti costituisce la spia più evidente del fatto che la scienza odierna sia non sa niente delle più sofisticate distinzioni teoriche del grande tedesco, sia nemmeno comprende appieno le stridenti contraddizioni in cui, ad uno scrutinio più attento, s’infila la sua argomentazione. (p. 784)

La «middle way» epistemologica di Varela, insomma, il sogno di poter andare oltre gli estremi del realismo e del solipsismo tenendo conto dei vincoli del contesto fisico e bio-chimico, ma enfatizzando in pari tempo la funzione enattiva della mente nel dare origine al mondo dei soggetti, non è riuscita a concretizzare i suoi intenti sia perché si è riferita ad un pensiero filosofico [Soldani si riferisce alla fenomenologia] poco consono ai suoi fini, sia perché ha in definitiva tentato di aggirare più che risolvere le molte impasse insite nella sua spiegazione degli eventi. Autoreferenza della mente, codeterminazione tra osservatore e osservato, coevoluzione di soggetto e realtà, enaction, conoscenza emergente, incorporazione di immaginazione e percezione, natura spontanea dell’intenzionalità, «agenti incarnati», l’esistenza soltanto dei fenomeni e la contestuale postulazione di un milieu ordinato, sono tutti concetti che, benché di per sé complessi ed in grado di tessere tra loro una fitta rete di interrelazioni reciproche, non riescono ad innovare veramente il quadro teorico di partenza. (p. 952)

In altre parole, mentre il costruttivismo postula un fondamento ontologico il cui carattere irreale è pari soltanto alla forma cognitiva della sua natura più autentica, l’autopoiesi postula l’assenza di qualunque ordine ontologico del mondo che la obbliga comunque a ipotizzare un sostrato nomologico della realtà per poter spiegare le regolarità dell’esperienza come principio della sua intelligibilità. In questo gioco delle parti, tragico da un punto di vista epistemologico se non fosse comico, il naturalismo ontologico rappresenta solo la foglia di fico sotto cui malamente si nasconde la sostanziale omogeneità e intercambiabilità delle due impostazioni. (p. 955)

Il sogno di una conoscenza totalmente interna alla mente, intrinsecamente libera da ogni vincolo esterno ed estraneo alla sua logica riflessiva, s’infrange sulla scoperta del carattere intimamente condizionato di tale aspirazione, circostanza provata tra le altre cose dalle infinite acrobazie concettuali in cui s’infila la sua argomentazione nell’intenzione di esorcizzare i suoi problemi. L’impresa ovviamente valeva la candela, giacché la posta qui in gioco non era solo la possibile genesi di un sapere super partes e neutrale, fine perseguito del resto da tutti quanti, bensì qualcosa di ben più radicale: il definitivo isolamento della ragione scientifica all’interno dei suoi processi di pensiero ed il divieto preventivo di poterla mettere in discussione, in sæcula sæculorum. Paradossalmente, invece, l’impossibilità di poter fondare la nostra conoscenza solo su se stessa, per quanto sofisticati e numerosi (e contestualmente contraddittori) siano stati gli argomenti addotti a suo sostegno, c’induce a ipotizzare l’esistenza di un’altra causa responsabile di tale visione.

[…] L’idea è che il modo di produzione capitalistico e la società da questo generata siano la fonte storica da cui tutto è emerso ed ha preso le forme che si sono viste. Il principio determinante del capitale e i complessi processi della sussunzione formale e reale da questo innescati, cioè, sarebbero la fonte da cui hanno avuto origine sia il clivage tra ordine interno e realtà di superficie, sia le spinte tendenze costruttiviste, sin dall’inizio, della scienza, sia infine la logica autoreferente dei soggetti societari. (p. 1208)

Paradossalmente, il fatto è che le categorie chiave della scienza, se questa a modo suo riflette al suo interno la natura più intima del capitale, legittimano e confermano pienamente l’interpretazione di Marx, in cui la società contemporanea consta di tutti quegli attributi perché questi cementano il dominio del capitale e permettono a quest’ultimo di istituire per la prima volta un sistema sociale determinato preformato e governato dai suoi principi specifici, non derivati da altre e diverse epoche storiche, bensì istituiti da se stesso come precondizioni della sua riproduzione indefinita, circostanza che rappresenta un’altra, aggiuntiva e forse risolutiva convalida di quanto spiegato in precedenza, ed in particolare soprattutto la confutazione delle pretese avalutative e super partes della scienza in parte grazie a se stessa. (p. 1217)

[Tuttavia] i marxisti odierni potrebbero essere definiti degli scienziati «cartacei» destinati a emulare all’infinito, in forme magari all’apparenza sempre nuove, le dimostrazioni del passato, in una innocua ripetizione dell’identico completamente funzionale ad altri e ben più dirimenti scopi ignoti ai più. (p. 1223)

Se la nostra attività cognitiva è l’acqua, noi siamo i suoi pesci. Da tempo. (p. 1227)

In realtà, come sappiamo, tanto che si enunci apertamente la forma ricorsiva del pensare (al fine, naturalmente, di promuoverne un’interpretazione naturale e dunque nuovamente neutrale), quanto che paradossalmente si sostenga il contrario invocando presunti presupposti materialisti, realisti, e quant’altro (esistenti tutti, si noti la cosa, all’ombra dell’assunzione), non v’è modo alcuno oggi di fuoriuscire dall’impero della mente che pensa se stessa, dalla ragione autoreferente dei soggetti, che rappresenta precisamente la mediazione più potente del potere del capitale e del suo principio determinante, finalizzata a vietare preventivamente qualunque eventuale scoperta del più autentico e immanente carattere delle cose. (p. 1228)

Questa lunga sequenza di brani citati dai due volumi di Soldani restituisce, credo, il loro spessore e la loro portata: un’opera ambiziosa e davvero imponente. Nella recensione ho tentato di spiegare che, nonostante l’opera sia di rilievo, pecca gravemente in alcuni aspetti.

  • La critica alla produzione accademica in parte cade nel vuoto, dacché credo sia pacifico che una larga porzione della produzione stessa sia messa in opera da scienziati e non da professionisti della cultura che conoscono male o in cattivo modo riportano le acquisizioni scientifiche – come invece suggerisce Soldani. Resta tuttavia il fatto che in altra parte egli abbia ragione.
  • Risultano poco convincenti alcune – non tutte – delle argomentazioni tese a mostrare la circolarità dei maggiori orientamenti scientifici e filosofici (dei primi in quanto basati sui secondi, pare di capire – condivisibilmente) soprattutto quando si tratta del rapporto di Francisco Varela col metodo fenomenologico, liquidato come platonismo mascherato, oppure del costruttivismo radicale di von Foerster e allievi, in tal caso etichettato come banale solipsismo. Il che non è.
  • Mancanza decisiva la scelta di rinviare, dopo poco meno di 1300 pagine, l’esplicazione dettagliata della tesi di fondo – la rilettura del pensiero di Karl Marx per un abbattimento del potere del capitale che determina l’élite scientifica dominante, per così dire – a poche pagine del testo, ad altre (per quanto degne) opere dello stesso Soldani e – infine – ad alcuna citazione dello stesso Marx. Appare l’ultima beffa di un testo molto sarcastico e canzonatorio nei confronti dell’apparato scientifico.

Un bene che determinati testi vengano pensati e scritti – soprattutto testi come Le relazioni virtuose – così ricchi, appassionanti, in qualche modo letterari, critici, documentati. Bene anche che si leggano – nonostante i rilievi critici che possono essere mossi. Anche perché la questione politica è tra le più taciute quando si tratta di approfondire il rapporto tra scienza, pensiero e società.

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