Lectio «magistralis»

Forse sono io, per me stesso, ad essere «un cattivo incontro».
Ma non «rinuncio al progetto», se è contemplato il fallimento.
Perché, a un certo punto, «chissà Hegel cosa ha visto».
E ci si precipita tutti a guardare il corpo del testo.
Quel cadavere vivo, che deve sorprendermi ancora.

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MS

«Ho adorato pensare per tanto tempo, e ora ne voglio vedere il cadavere prima di morire».
Promemoria di Manlio Sgalambro

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Mal di denti

Johànn.
Sebàstian.
Bàch.

Con queste paroline armonizzate in sequenza sonora, canora ed epica si è chiuso il mio personale 2012. Probabilmente anche quello di oltre un centinaio di persone, tutte quelle ai piedi del palco del teatro cittadino catanese. Ormai ritengo inutile, ozioso, superfluo chiamarlo col suo bel nome, «Teatro Coppola»: quello è il teatro cittadino di Catania, non c’è altro con cui confonderlo. Non ho la minima intenzione di scrivere qualcosa in merito allo spettacolo musicale e teatrale offerto il 29 (e replicato il 30) dicembre: che ne vuoi dire? Parliamo della bellezza intatta della musica di Bach? Dell’inevitabile commozione che coglie chi non è stolto fino al midollo al solo sentire certi passaggi che giocoforza fanno vibrare la corda interiore, proprio il core (napoletano, inglese, diagonalmente europeo)? Oppure parliamo degli artisti sul palco, della formazione, preparazione e performazione di questa idea? O ancora vogliamo discutere sul serio dell’importanza di un progetto così ben riuscito in un contesto che, si vede chiaro, finge di non accorgersi di niente ormai? Ovviamente no, non ha senso parlarne. Bisognava esserci o, meglio: bisognava starci. Sì, era meglio starci, c’è da fidarsi. Si potrà farlo in altri modi, forse non c’è dubbio, ma non sono un tipo che spera: non sono certo uno di belle speranze, ecco.

Eppure a mio modo ci son stato. Quest’anno scorso ho fatto quel che ho potuto, cioè poco o niente, per starci, ma ci son stato. E il «nuovo» anno (“un anno, di nuovo?“) mi ricorda subito che a sperare si fa bene, a disperare meglio. Disperato compio trenta anni (“che palle queste cifre tonde così natalizie, così piene di aria!“), neanche il tempo di iniziare, e la terza mola critica è quella del giudizio, che si fa viva e subito t’ammazza giusto per farti presente una serie di cose, tra le quali: va bene quello degli altri ma non trascurare il corpo tuo; il dolore è per lo più naturale e congenito dunque non si può evitarlo a lungo; maturare cifre tonde significa soprattutto soffrire in corpore più che in ispirito; hai voglia a imbottirti di cultura a mo’ di strato esterno difensivo tanto la natura ti colpisce dall’interno e soprattutto freudianamente proprio in bocca (da dove le cose entrano ed escono di continuo, a ritmo serrato, spesso però senza sentirne il vero effetto); se tu fossi una donna, a quest’ora, invece di spuntare un dentino nuovo sarebbe apparso un bel bambino… E rimbrotti simili.

Insomma, chiudi l’anno a suon di cultura e apri l’altro con cento colpi di spazzolino prima di andare a dormire. Si sa che il problema è sempre l’inizio… Molti miei coetanei (così si definiscono loro, ingenui) hanno già mariti, mogli e soprattutto figli. Figli. Ma, dico io, il loro mal di denti dev’essere davvero insopportabile! O son fatto di ferro io o sono loro ad essere mammolette (il termine è perfetto), mi dico. Sarà che quello «strato esterno difensivo» regge ancora bene, tutto sommato; o non so davvero. Forse, semplicemente, come il Cristo non apocrifo, mi costringo per dettami superiori (ma per nulla paterni) a immolarmi alla croce culturale, croce che impone la castità del corpo e l’orgia dello spirito. E un mal di denti, a cifra tonda, tenta disperato, proprio come me, di ricordarmi i doveri naturali. Segue a ciò la letterina al mal di denti:

Rispettabile Maldidenti,
innanzitutto chiariamo una cosa: non riesco a capire perché ti fai vivo se non servi a niente. Tutti i dolori del corpo hanno una funzione, ma la tua quale sarà mai? Spunta una nuova mola, e allora? È fisiologico, no? Non ci sono infezioni, giusto? Non si rompe niente, no? E allora perché diamine mi avverti in maniera così plateale della cosa? È chiaro, a pensarci quando la mente è di nuovo lucida a sèguito del piccolo grande trauma, che esisti solo per ricordare quanto appena elencato, per ricordare l’inutile necessità dei processi naturali, per ricordare a tutti, agli ammogliati come ai casti, indistintamente agli adepti fedelissimi e agli integerrimi dissacratori della vita, che si vive solo per mangiare, bere, cacare e figliare (non per forza in quest’ordine, per carità). Ecco, io apprezzo sinceramente lo sforzo piuttosto energico, benché molto poco dialettico, di convincermi a «mutar direzione». Apprezzo, ma mi trovo costretto a rifiutare, per una serie di cose tra le quali: sai, «il problema è l’inizio», quindi una volta messi per strada viene sempre più difficile cambiare rotta, così poi, di punto in bianco (anche per orgoglio, figurati); parliamoci chiaro, bella la natura ma non quella umana (l’uomo ha di bello solo l’artificio); non mi fido del tempo, artificio umano ormai passato (da tempo, appunto) dalla parte delle cose  “naturali”, quindi preferisco non curarmene proprio, del tempo mi piace solo il ritmo, l’ultimo aspetto rimasto artificiale, quel ritmo che all’attore fa dire «Johànn. Sebàstian. Bàch», e nulla di più; il corpo sarà importante per te, perché ti ostini a risuonare in bocca senza motivo apparente (l’ho detto il perché), ma un uomo insano come me non si cura del corpo proprio, è piuttosto curatore di un corpo del tutto diverso (quando può, come può, se può, ma ci prova), si cura solo del corpo del testo; partorire un’opera piuttosto che un figlio, vorrei ricordare infine giusto per accorciare la letterina, è cosa ben più impegnativa ardua coraggiosa e diciamo pure impossibile (incinta sono appena stato e già, come tutti genitori, non ne posso quasi più). Allora va’ via maldidenti, e non farti rivedere presto.

A proposito di tutto questo ammasso pseudo confuso di lingue e fastidi, sempre più mi convinco della fondatezza del motto britannico: «Everything In Its Right Place». Sempre meno ho dubbi sul fatto che in rete, come in televisione, trovino il loro spazio più consono le cazzate. Che nei libri si trovi meglio la parola. E che a teatro siano di casa gli atti, i fatti. La morte sua, come si dice a ragione, la morte dell’azione è l’atto; e l’atto, – non il primo o il secondo o il terzo, ma proprio: l’Atto, – sta a teatro. Se si è in cerca di cazzate, si «navighi» (che verbo improprio), se si vuole vedere finalmente una parola si sfoglino le opere letterarie, se si è in cerca di fatti, si vada a teatro e vi si resti in piedi per tutto il tempo che in piedi sta l’attore, se si può. Viene fuori un così bel suono:

Johànn.
Sebàstian.
Bàch.

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Di Giuni (di musica)

Noi abbiamo portato con noi certe idee di «bellezza», di «ampiezza di stile», di «pathos», che potremmo anche a rigore avere l’impressione di ritrovare nella banalità di un’opera ben costruita, di un viso dalle linee regolari; ma qui il nostro spirito intento trova davanti a sé l’insistenza di una forma di cui non possiede l’equivalente intellettuale, di cui deve penetrare l’essenza ignota. Sente un suono acuto, una intonazione stranamente interrogativa; e si domanda: «È un’impressione di bellezza, questa che provo; è ammirazione? è questa la ricchezza del colorito, la nobiltà, la potenza delle linee?» E la risposta, nuova, sta in una voce acuta, in un tono curiosamente interrogativo, nell’impressione dispotica causata da un essere che non conosciamo: tutta materiale, nella quale non c’è il minimo spazio per la «grandiosità dell’interpretazione».

Così Proust ne I Guermantes. Il Narratore della Recherche parla della Berma che si è esibita magistralmente fino al punto che «l’esecutore, scompare, e non è piú che una finestra che dà su un capolavoro» (tr. it. Einaudi 1978, pp. 47-49). Perché, si direbbe Bene, si è capolavori.
Come in Battisti e in Battiato (amico di lei, sebbene questa abbia avuto da ridire su questa amicizia qualche tempo prima di-partire), anche in Giuni Russo l’esperimento musicale – aggiungendosi quello vocale naturalmente – si congiunge alla commerciabilità dei brani, che è data dalla familiarità suscitata nell’orecchio mentale dell’ascoltatore comune, non perdendo un iota di qualità. Il basso (e la batteria, in seconda battuta) è lo strumento su cui si registra maggior sperimentazione; ma al di là dello strumento, nell’insieme della composizione della partitura emerge la dinamicità delle scelte armoniche e stilistiche, che appaiono “nomadi” (si ascolti “A mezzanotte”). L’aggancio alla lirica è genuino e caratteristico, Giuni Russo è il perfetto significante vocale. È perciò la punta culturale della cultura pop. “Morirò d’amore” è il testamento prima della morte: una dedica, ricambiata, che la musica fa a lei che è morta d’un amore che si sente forte.

Il significante vocale è ripreso di recente in un disco di John De Leo, il suo debutto da solista (benché accompagnato da grandi artisti): Vago Svenendo. In una traccia nascosta alla fine del disco sentiamo le parole di Bergonzoni, già per principio isolate e allontanate da un mero significato, rivestite di musica. L’operazione non è da sottovalutare, anche perché non si può valutare quest’operazione: è inestimabile. È puramente «in significante», come è giusto che sia la musica. Non si valuti, si ascolti e basta, tra il minuto secondo 12:35 e il minuto secondo 15:25 della traccia Sinner. Il peccatore originale parlava probabilmente così (è senza dubbio una questione edenica).

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Dormire (divertissement)

«Dormire, magari sognare». Amleto (atto terzo, scena prima) non può agire, perché ogni azione perde il proprio nome (non la si può chiamare «azione») se non è atto supremo, quello di piantarsi uno stiletto nel petto. E da che l’uomo ha coscienza, ha paura di morire perché non sa che cosa potrebbe mai sognare una volta morto. La paura del sogno, la coscienza la impone, rende tutti noi «codardi», a maggior “ragione” coloro che si affannano col pensiero, quelli che si ostinano a pensare: pensa e ripensa, la morte ti spaventa. Dunque una cosa è chiara: la morte, per l’uomo, non è altro che il timore di un brutto sogno, perché un brutto sogno è la cosa che non conosciamo e che temiamo per eccellenza, per l’appunto – come la morte.

Non si può agire in sogno, non ci sono azioni in sogno, perché non si muore in sogno: appena si sta per morire, ci si sveglia di soprassalto. La morte nel sogno riporta alla vita lucidamente cosciente, come in vita si sogna di non morire. Il sogno non sta tra vita e morte, piuttosto abbraccia vita e morte: chi non ha paura di sognare, anche brutti sogni, è già morto in vita. Evvivaddio. Ma non si può agire nemmeno in vita, se non morendo. L’azione è esclusa in sogno tanto quanto da svegli, l’atto è sempre mancato (e qui e lì). Ci manca solo l’atto, ed è finita.

Quando s’è detto che la vita è sogno, s’è detto che la morte è sconfitta. Non c’è azione che si possa fare in vita perché non c’è vita che si possa vivere al di là d’un sogno, che chiaramente è un incubo. La vita è un incubo. Evvivaddio, sempre meglio che svegli. «Chi dorme non piglia pesci». Ovvero non agisce. Chi dorme non agisce, e si sa. Chi muore non agisce, ma ha agito almeno una volta (solo una volta, una tantum). Per agire bisogna «crepare di certezza», la certezza di aver agito, la si tiene stretta e così si muore in pace. Chissà perché non si può dire che uno è «dormito», uno dorme, ma non riesce mai a essere dormito, può essere «morto», ma non dormito: si concede «addormentato», ma non si concede: «attormentato». Si fosse addormiti, si sarebbe morti. Quindi o si muore o si dorme, mai nel trapassato, ma sempre nell’atto presunto. Presuntuoso l’«attore».

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Il cadavere

«Ho adorato pensare per tanto tempo, e ora ne voglio vedere il cadavere prima di morire».

La fresca dichiarazione di Manlio Sgalambro è riportata nel suo sito (News » 2011 » October » intervista di Elkann). Si tratta della «segreta aspirazione a non pensare» condivisa dall’intero genere umano, ritroso a confessarlo. L’umanità è ritrosa, si scansa dal pensiero; figurarsi dal pensiero del pensiero. L’ho visto di recente, Sgalambro, a Biancavilla, in tour con Battiato. «Visto» è dir troppo, non mento: l’ho immaginato (giunsi in ritardo rispetto all’avvento). Ora mi figuro un incontro, ma stavolta dirlo è troppo presto. Ci sono cose che a immaginarle tiri a campare. Come se accampare bastasse.

Ma traduciamo il motto di spirito: «Ho adorato dio per tanto tempo, e ora so che gli sopravvivrò». La morte di dio è un concetto ancora troppo familiare. Dài, torniamo a leggere Nietzsche, prima che sia troppo tardi.

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