Res publica

«Per incidenza: il signor capitalista, come pure la sua stampa, è spesso insoddisfatto del modo in cui la forza-lavoro spende il suo denaro [...]. A tale riguardo egli filosofeggia, biascica di cultura e fa della filantropia», perché vuole che la sua forza-lavoro diventi un «consumatore razionale» (K. Marx, Il capitale, libro II, tomo 2, trad. di D. Cantimori, ed. Rinascita, 1953, pp. 177-178). Il segreto dell’«anima bella» del capitalista consiste perciò nello sfruttamento ulteriore dello stesso operaio, nel vendergli il prodotto da lui stesso fabbricato, del quale non ha affatto bisogno (cfr. ivi, pp. 178-179); si tratta della pubblicità, l’«anima del commercio», o sia della schiavitù. Viene da domandarsi cosa, a questo punto, sarà della repubblicità di uno stato.

«Il denaro ha apportato un vero compendio di tutte le cose; onde è accaduto che la sua immagine suole occupare in sommo grado la Mente del volgo, perché la gente volgare non può immaginare alcuna specie di Letizia se non con l’accompagnamento dell’idea della moneta come causa. [...] Ma quelli che conoscono il vero uso della moneta e regolano la misura della ricchezza solo sul bisogno, vivono contenti di poco». Così Spinoza, Eth. IV, App. capp. 28-29 (trad. di G. Durante, ed. Bompiani, 2007, pagg. 565-567). Il bisogno è però spostato a piacimento dal capitalista, l’odierno maestro delle «artes lucri».

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Suggestioni #2011

Ho suggerito: di leggere il non detto, della sordità # la satira firmata BBC # una rapida immersione nell’arte slava # di vedere la fantastica «forza» della Volkswagen # de-ridere Darwin # un incredulo Ceronetti # di festeggiare, nonostante tutto # di non ricordare così Roma # di dar ascolto a questo “povero ragazzo” # un bel minuto e mezzo # prudenza con la virtualità # di salvare le correzioni # di armarsi di coraggio e leggere fino in fondo # di guardare Moretti # un blog filosofico «nuovo» # di «non stupirsi», purtroppo # di ritrovare l’expers uxoris # un prodigio informatico per la ricerca di termini greci # la nuova versione di Sitosophia # di leggere Marc Jongen in italiano # un’immagine di Heat # di dare una mano al Teatro.

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«Pornographica» recalled

Secondo Onians il kairós è non tanto «il momento opportuno», ma il «bersaglio»: «il termine indicava il punto in cui un’arma poteva penetrare mortalmente, il punto preso di mira dagli arcieri» (Le origini del pensiero europeo, Milano 2006, p. 421). Piuttosto che perdere il momento giusto per intervenire, non si sarebbe «fatto centro». Tuttavia in una massa uniforme e schierata a battaglia non c’è centro. Non c’è qualcuno che si offra come Achille in un corpo a corpo, c’è solo il corpo «sociale» tutto schierato e finalmente fatto a immagine e somiglianza della società che Finley definì post eroica. In quella dantesca «schiera larga e piena», la guerra è civile.

 

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Il cadavere

«Ho adorato pensare per tanto tempo, e ora ne voglio vedere il cadavere prima di morire».

La fresca dichiarazione di Manlio Sgalambro è riportata nel suo sito (News » 2011 » October » intervista di Elkann). Si tratta della «segreta aspirazione a non pensare» condivisa dall’intero genere umano, ritroso a confessarlo. L’umanità è ritrosa, si scansa dal pensiero; figurarsi dal pensiero del pensiero. L’ho visto di recente, Sgalambro, a Biancavilla, in tour con Battiato. «Visto» è dir troppo, non mento: l’ho immaginato (giunsi in ritardo rispetto all’avvento). Ora mi figuro un incontro, ma stavolta dirlo è troppo presto. Ci sono cose che a immaginarle tiri a campare. Come se accampare bastasse. Ho pure scoperto un luogo in rete dove versare testi, il luogo del text; sì, un posto dove sedarsi in santa pace e aspettare.

Ma traduciamo il motto di spirito: «Ho adorato dio per tanto tempo, e ora so che gli sopravvivrò». La morte di dio è un concetto ancora troppo familiare. Dài, torniamo a leggere Nietzsche, prima che sia troppo tardi.

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Text ohne Zeit

I libri che possediamo ma che ancora attendono di essere letti è come se, nel maturare la loro attesa, crescessero, dilatassero fino a risultare inzuppati, almeno un po’, di cose davvero interessanti per noi: letti troppo presto, sarebbero meno zuppi, meno interessanti. Ogni libro è fuori dal tempo, ma noi che li leggiamo siamo dentro il tempo, ne siamo fatti (pur troppo); ecco allora che per noi ogni libro ha il suo tempo, che è il nostro. Libri invece mai letti che, solo guardando la loro copertina tra i nostri scaffali, perdono d’interesse ai nostri occhi, diventano pian piano oggetti d’arredo che presto o tardi toglieremo da lì ma solo perché non sappiamo quanto ci interesseranno fra vent’anni. Tutti i libri che possediamo ci spettano, perché ci aspettano; e lo fanno finché non siamo in grado di leggerli. L’attesa reverenziale che ci distanzia da un libro ce lo rende ogni giorno più vicino, perché dilata, ingrossa, s’inzuppa per noi: la sua spazialità intrinseca incontra la nostra estrinseca temporalità, fino a che, per quanto ingombra, non ci tocca e noi, gonfi d’attesa, siamo pronti a leggerlo: un libro dilata al pari di chi lo aspetta.

Prendiamo ad esempio l’ultimo libro che ho letto. Oramai sono passati alcuni anni e non ricordo più la circostanza che mi portò ad acquistare Il testo del tempo di Aldo G. Gargani (edito da Laterza nel 1992, pagine plastificate, collana delle “Lezioni italiane” con copertina tutta bianca), ma probabilmente perché mi interessavo del “tempo”. Oggi mi interesso del “testo” ed ecco che il libro, tanto atteso su uno scaffale, mi attrae di nuovo e non mi delude più come m’avrebbe deluso anni fa — il testo del tempo aveva fatto il suo tempo, per me. Ci trovo dentro alcune cose interessanti davvero, cose che hanno trovato il loro spazio in quel volume, cose che sicuramente non c’erano prima che le leggessi, cose che hanno un senso dilatato che prima era raggrinzito. Andiamo a pagina 132 (e 133), si parla della realtà: “realtà” «significa ciò che resta nonostante le nostre parole, nonostante i nostri pensieri, nonostante le nostre rappresentazioni. Il linguaggio che si riferisce alla realtà più di ogni altro è il linguaggio che fa tacere la parola perché alla fine una realtà si mostri; il linguaggio motivato, anziché il linguaggio narcisistico e isterico dell’accademia, è il linguaggio che non pretende di identificarsi con la realtà, ma che rispetta lo scarto che sussiste tra sé e la realtà. Tale è il linguaggio che, invece di descrivere e raffigurare la realtà assorbendola e divorandola nella propria rappresentazione, piuttosto si esprime perché alla fine una realtà si dia. Il linguaggio nei suoi usi motivati, e non semplicemente strumentali, è, come accade nella poesia, l’espressione della nostra reverenza di fronte alla realtà».

Chiamiamola pure narcisista, ma proprio per questo l’accademia affascina (la sua realtà è affascinante solo se ignorata): solo il narcisismo di Gargani, ordinario di Estetica a Pisa, poteva concepire un tale sprezzo per l’accademia non “narrativa”, un tale disinteresse per ciò che si è studiato per tutta la vita; grazie a quel fascino, la stessa accademia può partorire lo sprezzo opposto — come quello espresso nell’Epifilosofia di Giuseppe Raciti, associato di Teoretica a Catania (questa filosofia “che sta sotto” sta alla fine di Un’ordinata ambiguità. Per una genealogia dell’anarca, edito da La Finestra nel 2006, con una copertina tutta nera): «Come realtà la scrittura non stabilisce alcun rapporto con la realtà. Se lo facesse, sarebbe altra cosa dalla realtà. Così la scrittura non deve neppure spiegare la realtà, ma ignorarla. Il pensiero reale, cioè scritto, ignora la realtà perché ne fa parte. La complessità della realtà è data da tutti i pensieri che, ignorandola, la dilatano». Non serve dire altro. Credo che uno dei due libri, quello bianco, non lo leggerò mai più: ho estinto il mio debito con lui. L’altro, invece, lo rileggerò sempre: il nero si sperimenta ogni volta che manca la luce, e di questi tempi la luce va e viene continuamente.

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