Il vero investigatore

True Detective, di Nic Pizzolatto. Americano, dalle origini italiane. Accademico, quindi hollywoodiano. Il mistero da risolvere è come sia possibile che riscuota successo la filosofia al cinema. Grande cinema per la televisione via cavo, tratto dalla letteratura. Sì, è «noir». Ma è filosofico. «Nero filosofico». E l’unico filosofo citato è Nietzsche, come per errore. Mistero.

È una cosa che va accettata, bisogna prenderne atto: ai coglioni piace la filosofia, ma solo se la vedono al cinema. Forse al cinema la filosofia acquista un senso. Perché c’è di mezzo un attore, quando c’è.

Prendiamone atto.

True Detective

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Il cadavere

«Ho adorato pensare per tanto tempo, e ora ne voglio vedere il cadavere prima di morire».

La fresca dichiarazione di Manlio Sgalambro è riportata nel suo sito (News » 2011 » October » intervista di Elkann). Si tratta della «segreta aspirazione a non pensare» condivisa dall’intero genere umano, ritroso a confessarlo. L’umanità è ritrosa, si scansa dal pensiero; figurarsi dal pensiero del pensiero. L’ho visto di recente, Sgalambro, a Biancavilla, in tour con Battiato. «Visto» è dir troppo, non mento: l’ho immaginato (giunsi in ritardo rispetto all’avvento). Ora mi figuro un incontro, ma stavolta dirlo è troppo presto. Ci sono cose che a immaginarle tiri a campare. Come se accampare bastasse.

Ma traduciamo il motto di spirito: «Ho adorato dio per tanto tempo, e ora so che gli sopravvivrò». La morte di dio è un concetto ancora troppo familiare. Dài, torniamo a leggere Nietzsche, prima che sia troppo tardi.

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A proposito di Jakob Spielhans

«Oggi prevale l’etica più franca che si dia, ossia quella espressa dalla massima della sapienza antica: Ego deus mi ipsi lupus tibi». Jakob Spielhans, Fragmente, in Ausgewählten Schriften. («Heute überwiegt die freimütigste mögliche Ethik, das heißt die durch den Denkspruch der antiken Weisheit zum Ausdruck gebrachte: Ego deus mi ipsi lupus tibi»).

Partendo dai Fragmente iniziali, scopriamo che il Nostro è autore anche di una Lettera al pastore (Brief dem Hirten), edita dalla casa editrice Pantheon nell’ormai lontano 1979, e di un intramontato L’oscuro riflettere. Su questo ultimo saggio Antonio precisa essere «la breve trascrizione di una conferenza tenuta a Pforta nel 1874 nell’ambito di una discussione Sull’apporto degli studi antichi alla comprensione dei tempi presenti. Ad essere precisi il titolo originale dello scritto di Spielhans suonerebbe Oscurità e perspicuità nel confronto tra il pensiero degli antichi e dei moderni (Dunkelheit und Deutlichkeit in der Vergleichung zwischen dem Denken der Antiken und der Modernen)».
Egli – «collega di Nietzsche a Pforta» e pregevole sostenitore della consistenza effimera dell’individuo, della persona, della conoscenza stessa intesa come erudizione – avrebbe «subìto la stessa ingiusta sorte di Bachofen», essere dimenticato cioè e in questo modo consegnato all’oblìo e a quella stessa ignoranza che però proprio Spielhans riteneva «dure colonne» alle quali aggrapparsi nel momento della verità. Mi permetto di rinviare allora senza indugio al luogo ove discutemmo del filosofo.

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